Ansia e Gretel

Il pan di spagna è sinonimo di semplicità e genuinità. Il pan di spagna porta con sé l’immagine dolcemente vintage di tua nonna che impasta in 10 minuti una merenda saporita e prepara la crema mentre il dolce lievita in forno, diffondendo in casa un odore incomparabile. A volte lei ti lascia salire sulla sedia a rimestare nel pentolino – piano, lentamente, sempre nello stesso verso, vedi? – mentre la sua mano callosa guida la tua affinché non ti scotti.

Il pan di spagna è semplicità, giusto?
SBAGLIATO!

Provate a googlare “pds dosi” e troverete 729 versioni, di cui la più quotata (30 gr di zucchero e 30 di farina per ogni uovo, regola aurea della nonnina) diventa variante delle più fantasiose versioni in base a:
– forma e/o grandezza della teglia
– intolleranze
– regime alimentare
– livello di appetito dei commensali
– congiunzioni dei pianeti
– segno zodiacale
– diploma o laurea
– numero reale di follower del blog che stai consultando o in alternativa
– numero di partecipanti alla discussione sul forum e in questo caso
– grado di anzianità di chi scrive.

La strega dei fratelli Grimm ha dovuto diventare imprenditrice edile perché la casetta di marzapane non attirava più nessuno.

Adesso gestisce una serie di villette a schiera: una ricoperta di pasta di zucchero, una vegana, una solo frutta fresca biologica certificata, una no ogm, una senza olio di palma, una senza uova, una per celiaci, una di farina di riso per i bimbi che tengono alla linea (anche se quelli li congela per il cane a tre teste).
Ho avuto la pessima idea di curiosare su internet perché ero indecisa su quante uova usare per una teglia rettangolare e ho cominciato a sudare per l’ansia da prestazione. Ero la tipa sciolta che montava le uova con lo zucchero, aggiungeva farina, lievito, un pizzico di sale e OPLÁ in forno; ora scopro che a causa mia Montersino potrebbe essere operato da un chirurgo maxillofacciale dopo che la mia superficiale, grossolana approssimazione gli ha fatto cascare la mascella.

Ma come? Su CakeDesign italia c’è scritto che le uova si montano quin-di-ci mi-nu-ti, non uno di meno! Non lo sapevo?
E così rompo i gusci (a temperatura ambiente!!!!) per domarli con la frusta (dello sbattitore elettrico, s’intende)
8:00. 8:05. 8:07 mi sembrano spumose ma NO! 15 mi-nu-ti. Ma il bimbo mi chiam… NO. Ma il citof… NO. Ma mi fa male il brac… NO. Devo fare pipì… NO. Il tunnel carpaNOOOOOO.

In effetti l’impasto si gonfia.

Raddoppia.

Si gonfia assai.

Triplica.

La forumina di cookaround, despota virtuale sulla mia spalla, annuisce soddisfatta mentre io mi rilasso, giusto un minuto prima che il tutto straripi dalla scodella. L’invasione di gelatina di Ben e Holly era meno catastrofica.
Salvo il salvabile in extremis eppure già medito di allestire in cucina una mostra di arte contemporanea, per far ammirare lo stile naive con cui ho affrescato il muro sollevando le fruste ancora in funzione. Grissom saprebbe evincere la traiettoria della mia imprecazione solo studiando l’andamento della parabola delle gocce gialle che decorano la parete, mi dico mentre incorporo a mano la farina e il liev…
COOOOSAAAAA??? LIEVITO?!?! Il pandispagnaclassico non prevede il LIEVITO, triviale mistura di amidi e aromi. Il pandispagnaclassico cresce grazie al tuo immenso ammmmore e pazienza e lentezza. Un po’ come i bambini, insomma. Potremmo introdurlo come tecnica di meditazione, la mindfulness kitchen meditation: incorpora farina e rimesta dal basso verso l’alto. Sbadiglia, rimesta, incorpora, rimesta, sbadiglia di nuovo, rimesta fino a esaurimento tuo o dei bambini attaccati alle gambe.
Posso infornare ora?

No, devo controllare la temperatura. E versare l’impasto partendo dai bordi e procedendo verso il centro, possibilmente disegnando un mandala tibetano. Non livellare con la spatola! Non sbattere la teglia per appianare il composto! Hai imburrato? Hai rinforzato i bordi con la carta forno per sollevarli?
E dire che volevo solo fare una torta di compleanno. Il dolce adesso deve fare bella figura, degno di esser pubblicato sui social, non fatto per sostenere le candeline e cogliere con una fotografia l’attimo in cui i bambini infilano il dito nella panna. Ma non mi faccio abbindolare dalle decorazioni estreme: per me quel dito furtivo è una tradizione almeno quanto tantiauguriateeeee.
Adesso comprendo perché si chiama pan di zen-zero: ci vogliono calma e serenità interiore per contrastare la sindrome da perfezione, che ti fa lievitare l’ansia meglio del cremor tartaro.

Pan-di-spagna

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Aspettando il dottor…

Nelle ultime settimane ho frequentato ospedali. Mai per me personalmente, ma per persone che sono pezzi di cuore, figure fondamentali del mio passato che non potrei trascurare nemmeno volendo. E non voglio.

Negli ospedali c’è tanto da fare e tanto da attendere. L’attesa può essere estenuante, ma anche interessante se non sei in una situazione critica. In quei casi puoi leggere, fumare, fare le parole crociate, chiacchierare, pregare, meditare, sferruzzare, scrivere, o osservare l’umanità nella sua forma più viscerale.

Un pensiero, in particolare, mi si è insinuato prepotentemente in testa negli ultimi due giorni: l’accudimento è innato e non è detto che sia prerogativa femminile. Ho visto infermieri, molto dolci e rassicuranti, arginare situazioni in cui la familiare di un paziente era stata rude o sgarbata. Così come ho visto estranei prendersi cura di ammalati con una grazia che era stata negata loro dagli stessi figli o consorti.

C’è una bolla che avviluppa gli ospedali, piena di densa emozione vischiosa che ti serra la gola e ti annega i pensieri, che ti connette agli altri con una solido doppio filo.

Essendo cresciuta a libri e ER, i medical drama hanno rappresentato una fetta abbondante del mio repertorio televisivo e hanno contribuito, assieme ai romanzi, a costruire l’impalcatura con la quale ho potuto sperimentare indirettamente molte immedesimazioni. Incidenti, malattie, separazioni, speranze che potevo vivere con la consolazione della mia vaschetta di gelato ma che mi hanno permesso di domandarmi “e io che farei?”. Eppure la realtà ti aggredisce in maniera inaspettata, anche nelle tue stesse reazioni.

Mi ha sempre affascinato la capacità di adattamento. La velocità con cui ci si adegua a una situazione, con cui ci si orienta in un posto che si è costretti a frequentare.
Gli ospedali, in particolare, che solitamente sono un dedalo di corridoi, padiglioni, reparti, porte chiuse e orari a cui attenersi: nel giro di poche ore sai già districartici. Cominci a riconoscere i visi, a distinguere chi è più indulgente, chi più rigido, chi più professionale, chi più umano, chi più intuitivo, chi empatico, chi rude ma capace, chi sbrigativo, chi sgarbato, chi dolce ma insicuro… Sai quale inserviente chiude un occhio se ti pesca fuori orario di visita, a quale puoi chiedere una cortesia e quale ti passa davanti senza vederti.
Gli infermieri sono gli ingranaggi. Lo avevo già capito ai tempi di ER, mi è risultato più chiaro con Scrubs ma poi, nella vita reale, ho constatato la vera portata del loro prezioso lavoro. Sono l’anello di congiunzione tra noi, piccoli troll impazziti e ignari, e l’Olimpo dei dottori, che tutto sanno e tutto possono, che meritano una speciale menzione nei titoli di coda.IMG_20170901_154453

Ci sono le volte che ti viene da masticare la cartella clinica in preda alla più cieca rabbia o frustrazione, certo. Quando ti rimbalzano da uno specialista all’altro. Quando uno ti dice una cosa e al cambio turno non è più vera. Quando ti parlano con sufficienza e invece hai ragione tu. Quando ti fanno aspettare per ore per una semplicissima visita di pochi minuti. O, nello specifico, quando sei al padiglione M e devi raggiungere il padiglione N: ti aspetti di trovarlo lì fuori, la logica ti suggerirebbe così ma sei un illuso. Tra il padiglione M e il padiglione N ci saranno quello E, W e possibilmente il Ybis. Sei davanti alla cartina del complesso ospedaliero e sudi 4 camicie quando vedi passare uno che ti sembra procedere con abbastanza sicurezza da sapere dove sta andando, per cui chiedi informazioni. E lui ti dirà di svoltare a destra, tirare dritto oltre il palazzo giallo, poi a sinistra, poi di nuovo a sinistra e se lo trova di fronte, signora, non può sbagliare.

E, sistematicamente, ti trovi di fonte al bar.

Perché una cosa è certa, qui al sud: persino in ospedale, tutte le strade portano al bar. Se chiedi al barista di sicuro lo sa, che strada farti fare, e sa pure come consolarti se ti vede mogio, calmarti se sei incazzato e tirarti su se ti vede stanco. E vende pure la settimana enigmistica.

Che ospedale sarebbe, senza il barista?

 

In principio scegli bene le mutande.

Quando sei costretto ad affrontare periodi di stress, è importare partire con grinta e determinazione. La fiducia in sé stessi e un buon lavoro di squadra, quando puoi contare su un’azione congiunta, fanno di ogni ostacolo un piccolo contrattempo il cui superamento non farà che migliorare la modalità di prosecuzione. Il tutto condito con una dose di ottimismo e di ironia che facciano risplendere i sorrisi e alleggerire la giornata.

Ma nulla, nulla di tutto questo funzionerà se porti una mutanda scomoda.

L’abbigliamento che ti fa sentire a tuo agio e che ti agevoli i movimenti (o le stasi) a cui costringi il tuo corpo nei momenti di stress è di importanza fondamentale. Una minigonna, quando hai da chinarti continuamente in avanti per aiutare qualcuno a sistemarsi o sollevarsi nel letto d’ospedale, ti sarà solo d’intralcio. Come i tacchi se devi trasporatare un peso su e giù per le scale. Devi avere fortuna, quando la sfiga ti prende di mira, o essere talmemte sciatta (vedi soggetto scrivente) che il massimo dell’eleganza per te rappresenta una tuta coordinata e allora poco importa se capita all’improvviso un’invasione di cavallette o essere catapultata sull’isola di Lost: sarai sempre vestita comoda.
Ma la mutanda, ragazzi. La mutanda con l’elastico lento, che percepisci precipitare verso la caviglia ad ogni passo? Oppure quella – forse peggio – stretta, che senti ti taglia la pelle e quando poi ti presentano il conto e pensi “per avere tutti questi soldi dovrei vendere un rene” in realtà ti basta girarti e chinarti leggermente, che lo slip ha già fatto un taglio chirurgico ad hoc. Quelle che per toglierle devi prima tendere le molle verso l’esterno pur di estrarle dalle carni martoriate, fare pipì e poi tirarle su mormorando il mantra “fa’ che risalga, fa’ che risalga”. Quando sei sudato, poi, ti si arrotolano sulla coscia peggio della pellicola domopak e mentre cerchi di districarle pensi alla gente che aspetta fuori al bagno, in fila, e allora sudi ancora di più e se pensi che il sudore le faccia scivolare meglio oh, ti sbagli di grosso. Oh, come ti sbagli.

Ma quella che più odio in assoluto non è la mutanda lasca, né la mutanda stretta; la vera nemica dell’equilibrio psicofisico di un individuo è la mutanda che ti si ficca tra le chiappe.

Quel mezzo metro di stoffa che si insinua diabolico diventerà il tarlo che mina la concentrazione, il pensiero fisso mentre sei seduto di fronte al tuo capo, il fine ultimo del tuo presente: devo trovare un luogo appartato per toglierla da lì. Il tuo interlocutore parla ma il tuo sguardo vitreo piantato sul suo volto guarda oltre: sta visualizzando il momento in cui sarai solo in ufficio, o potrai raggiungere un bagno per poter finalmente, con lo stesso sollievo con cui ti togli le scarpe la sera, pizzicare quel lembo di stoffa che ti tortura e far finalmente riunire le tue natiche.
Perché poche altre cose sanno essere così fastidiose, irritanti, moleste e scomode della mutanda fra le chiappe.
A parte, ovviamente, il calzino bucato sull’alluce.

La (super)strada

Ti rimpiango, Tommy. Ricordo i nostri viaggi, le ore vagabonde in Francia, i chilometri macinati in Spagna… le risate, i cambi di programma improvvisi “guarda quel paesino lassù: cambiamo itinerario?” e tu eri sempre pronto ad assecondarmi, a cercare sulla mappa una strada alternativa per arrivare a destinazione.

Ricordo le tue insistenze, nonostante ti chiedessi se eri sicuro di sapere dove stavamo andando, le tue perentorie risposte con ferrea certezza. E infatti poi, quasi sempre, avevi ragione tu.

Stamattina ti pensavo. Ero in auto, spaesata, e lui chiuso in un ostinato mutismo. Mi sentivo abbandonata, avevo fatto tardi, non ero mai stata in quelle zone e quando mi sono resa conto che non avrei ricevuto aiuto mi è venuta voglia di fermarmi in una piazzola di sosta e fare una scenata. Ma siccome sono caparbia sono uscita dalla superstrada e ho proseguito a naso, seguendo i cartelli, orgogliosamente  indifferente  al suo cupo mutismo.

Tu, Tommy, non lo avresti fatto. Il nostro passato di viaggiatori avventurosi me lo garantisce. Ricordo quando sbagliammo a un bivio e ci trovammo in aperta campagna: ero decisa a tornare indietro quando tu hai suggerito, con la tua suadente voce, di proseguire, perché mi avresti portata fuori da quel pasticcio. Eri il mio faro, persino nei paesini mal segnalati sulla cartina, quando chiamavi strada provinciale quella che mio avviso era un sentiero sterrato. Però mi fidavo e la mia fiducia non è stata mal riposta.

Mi sono pentita di non aver portato te. Non mi segui nei miei viaggi ormai da un paio d’anni e mai come stamattina ti ho rimpianto. Eri sempre sul pezzo, sempre aggiornato, sempre carico. Tom Tom.

Non come questo cazzo di google maps che se arriva una telefonata si sprogramma e poi ti sperde per i meandri del monte Matese.

Il tempo non si ferma per i nerd

Sono sempre stata una ragazza vagamente asociale. Mi aprivo difficilmente e affrontavo la vita con malcelata diffidenza. Diciamo pure che, all’epoca, i miei aculei erano tanti, lunghi e ben appuntiti. Tra una giro in motorino e un buon romanzo ho sempre preferito il romanzo, i pettegolezzi mi facevano venire l’orticaria e non seguivo la moda: questo mi escludeva sistematicamente dai pomeriggi all girls a base di Cioè e lucidalabbra, prime esperienze con le cerette e risolini che accompagnavano i saluti al belloccio di turno.

So cosa state pensando: ero racchia. Sì, lo ammetto, ma è anche vero che non prendevo le distanze dalle mie coetanee per invidia, bensì per assoluta indifferenza verso certe dinamiche sociali.

Questa inclinazione mi ha indirizzato naturalmente a frequentare gruppi di “esclusi” come me, quelli che non conoscevano le hit del Festivalbar ma ti sapevano recitare a menadito le ballate di Tom Bombadil, che non avevano parole per chiacchierare durante l’intervallo ma erano fiumi in piena durante le campagne di D&D, che ricalcitravano davanti ai libri che fossero più piccoli di 800 pagine o comunque meno di tre consecutivi – libri di cui poi si disquisiva per ore, perché no, il gossip non faceva per noi, ma ancora oggi ho una discussione accesa in corso con un vecchio amico su quanto Susannah Dean (personaggio della saga “La torre nera” di S. King) si sia comportata da vera pistolera.

Ero una delle poche ragazze a frequentare la fumetteria, isola di pace per noi nerd,  che mia madre ha sempre identificato come il covo di bavosi adolescenti pronti ad adescare povere ragazzine indifese. Niente di più lontano dalla realtà. L’unica cosa su cui potevo darle ragione erano i brufoli, perché posso assicurare che mi avrebbero degnata di uno sguardo solo se mi fossi presentata con le orecchie a punta e brandendo un arco, o con un mantello e un cappuccio che mi nascondeva quasi totalmente il viso. E no, non perché, essendo racchia, avrei celato le mie fattezze, ma perché c’è sempre un viandante misterioso in un fantasy che si rispetti. La fumetteria era un piccolo nido dove sperperare i risparmi e trascorrere ore a lanciare dadi e sentirci a nostro agio.

Intanto venivo su vedendo con la coda dell’occhio le mie compagne di scuola imparare le coreografie di Non è la rai, mentre io avrei saputo replicare alla perfezione solo le mosse di Xiaoyu; disperarsi per le tempeste amorose come io mi disperavo per le sorti del mio personaggio al gioco di ruolo (umano, ladro, caotico-neutrale, per servirvi); lamentarsi per i romanzi da leggere durante le vacanze quando io non aspettavo altro per rinchiudermi in libreria. Forse apparivo snob, all’epoca, e invece ero sinceramente incuriosita da quello che non mi attirava, non giudicante. Approccio che non mi è stato restituito molto spesso. Anche allora, come adesso, mi domandavo che motivo ci sia per criticare il prossimo invece di scambiare opinioni in serenità.

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Ripensavo a tutto questo leggendo i commenti al trailer del film de La torre nera, appunto, commenti che lasciano trapelare un’intransigenza intrinseca che certi appassionati manifestano e che potrebbe essere scambiata per snobismo quando per loro – per noi – è davvero una questione fondamentale. Il dettaglio fedele a un certo mondo fantasy è di un’importanza che, chi non ha mai sudato e deglutito prima di lanciare un dado, sapendo che da quel tiro dipendevano forse le sorti di amici seduti lì accanto e che a quei personaggi avevano dedicato ore insonni, non può capire fino in fondo. E magari a dirmi che siamo “esagerati” è proprio quello che rimane intrattabile per tre giorni se la squadra del cuore perde una partita di campionato. O quella che per andare a un matrimonio spende centinaia di euro tra capelli, vestiti, trucco, scarpe e borsa.

Non sto dicendo che la partita o l’outfit giusto siano meno degni di interesse rispetto a una traduzione superficiale di un dialogo in un libro: ho solo nominato i primi due argomenti per i quali non ho la minima voce in capitolo per assoluta, consapevole, beata ignoranza.

Lasciateci languire nelle nostre gioie che ci trasciniamo dall’adolescenza, e noi lasceremo voi alle vostre di tifosi o fashion addicted. Il mondo è abbastanza spazioso per tutti.

(e poi, ci sono altri mondi oltre a questo…)

 

La notte sul guanciale.

Figlio, che ti avvinghi a me con la tenerezza dei tuoi tre anni, che mi abbracci con il totale trasporto dell’infanzia.

Amore mio, che poggi le tue manine paffute sulla mie guance, piccola isola di sicurezza mentre ti abbandoni all’oblio del sonno. Che vuoi mettere i tuoi morbidi piedini tra le mie ginocchia, per ancorarti a me, per calmare gli ultimi spasmi delle tue instancabili gambe.

Sento il tuo respiro regolare sul petto, mentre la tua fronte cerca il contatto col mio mento e i tuoi capelli profumati di bagnetto mi solleticano le labbra.

attachment-parentingSo che non posso spostarti, non ancora; che il tuo sonno adesso è troppo leggero e ti sveglieresti chiedendo ancora acqua, ancora favola, ancora carezzine dietro la schiena. Allora aspetto e penso che all’improvviso, un giorno, riterrai di essere troppo grande per queste coccole serali, che il tuo corpicino abbandonato sul mio petto sarà uno dei più dolci ricordi da rievocare quando ti ritirerai con un tatuaggio osceno o, peggio, con un amico scemo.

Questo mi da forza. E pazienza. E perseveranza.

So che questi anni volano e voglio darti tutto l’amore e la sicurezza che la tua infanzia chiede. Perché con questa tua manina sul viso, il tuo respiro sul petto, i tuoi capelli nel naso, i tuoi piedi tra le ginocchia e il tuo corpo così vicino al mio, non puoi capire il caldo che ho.

Forse un giorno lo rimpiangerò come adesso rimpiango il mio fedele mojito sul balcone in compagnia di un buon libro, ma l’estate non è fatta per tali smancerie. L’estate è fatta per i letti singoli.

Bradipo, lo scrivano.

Ci sono cascata pure io. Non volevo farla ma la mia amica mi ha convinto che tentar non nuoce, ogni lasciata è persa, è una strada in più, che ti costa, e quindi ho fatto anche io domanda per le graduatorie di istituto. Non ho mai voluto prendere l’abilitazione all’insegnamento perché appena laureata, per la verità, ho fatto un biglietto di sola andata per l’Irlanda con l’intenzione di restarci; sono tornata solo per un attimo, un attimo fatale nel quale il mio attuale compagno mi ha messo il sale sulla coda e pace, sono rimasta qua. Facevo la moglie e la libraia, ma una parte della mia mente continuava a saltellare sui piloni delle Giant’s Causeway (e chissà se non ci tornerò per raccontare la storia dei giganti innamorati ai miei figli).

Oggi questa mancanza mi viene spesso rinfacciata, come se non aver preso l’abilitazione volesse dire che di insegnare non mi frega nulla e invece no: insegnare mi piace moltissimo e, a sentire quelli a cui ho avuto il piacere di spiegare qualche nozione, ho delle chance per diventare una professoressa che si ascolta volentieri. Quindi mi sono fatta coraggio e ho scaricato il modello da compilare.

Devastando la foresta amazzonica.

Ma davvero nel 2017 devo consegnare il cartaceo? Nel 2017, era tecnologica, che i miei dati li sanno tutti: google non solo ti dice il mio codice fiscale ma pure il numero di scarpe (e quante ne ho acquistate su zalando nell’ultimo quinquennio). Eppure mi si chiede che esami ho fatto, quando, con che voto, PER ISCRITTO. Alla data della laurea sono risalita dalle foto di una me 23enne sbronzissima durante la festa che ho pubblicato su facebook in un momento di amore cosmico verso gli amici che vi parteciparono. Ma gli esami? Ho scavato nelle reliquie per trovare una copia del piano di studi e, santi numi, che secchiona…

Ah, ma c’è una cosa che puoi fare online: l’iscrizione sul sito del MIUR. Peccato che poi tu debba STAMPARE i dati che hai appena comunicato virtualmente per farti vidimare il riconoscimento da una segreteria scolastica. Quindi ho risparmiato tempo e carta per rimetterceli la mattina dopo. Furrrrrrrrrrrrrrrrrrbi!!!

Insomma compilo 3 dei 7649 campi richiesti, che comprendono anche l’aver partecipato a Saranno Famosi (o Paso Adelante per i più giovani) dimostrando doti di attore, ballerino classico e moderno, musicista, direttore d’orchestra e pilota di Formula1, allego il piano di studi perché una laurea in lingue con lode non ti basta, no, devi sapere anche quanto ho preso all’esame complementare che ho infilato per fare numero tra Linguistica Generale (3000 pagine di suoni che non sapevi di emettere regolarmente) e Storia e Civiltà dell’Estremo Oriente (6000 pagine di guerre a partire dagli albori della Cina, dove praticavano l’agopuntura quando noialtri qui stavamo ancora decidendo se facendo la punta a un bastone potevamo colpire un fatto buono da mangiare). Prendo il malloppo e vado in segreteria.

Ogni ufficio amministrativo, sia pubblico che privato, è intriso di una flemma che all’utente sembra irreale. Bussi alla porta, ti fanno affacciare e dire cosa sei venuto a fare e ti dicono di attendere. E tu stai lì, buono buono, a guardarli fare apparentemente nulla, mentre il caldo ti ovatta le orecchie, come il bimbo in Face Off guarda la sparatoria in slow-motion e non capisce bene come ci è capitato, lui, in quel casino? Aspetti tanto che, quando finalmente puoi parlare, ti sei scordato pure come ti chiami. Ti avvicini all’impiegato di turno e gli consegni il faldone. Lui lo prende e compila, sullo schermo, una griglia con i tuoi dati. Ricopiandoli da quelli che hai scritto tu e che ora verranno ribaditi, ancora e ancora, da un uomo prossimo alla pensione intento a digitare con un solo dito lettera per lettera, cercandola con certosina pazienza e trovandola con stupore ogni volta.

Ti trattieni dal suggerirgli correzioni, posizioni delle lettere, consigli su come adoperare due, tre, ci vogliamo rovinare? QUATTRO dita sulla tastiera, come spostare il cursore senza mouse, come guadagnare tempo e salute: chi sei, tu, per dirgli come fare il suo lavoro? Magari lo sa fare ma è stanco. Magari quando ha timbrato, stamattina alle 8, era tutto sorrisi e dattilografia ma ora sono le 13 ed è sfinito, gli bruciano gli occhi e la schiena, il condizionatore gli ha trapanato le tempie, avrà corretto 20 moduli sbagliati… Magari tu vai di corsa, hai i bambini a casa che ti aspettano, hai caldo, hai da pagare la bolletta, hai da fare la spesa e questa sua lentezza ti fa uscire dai gangheri.

Magari va sempre così: che ti rendi conto che gli altri sono lenti quando tu sei di corsa, perché se avessi avuto un libro e nessun figlio che voleva pranzare con te avresti apprezzato quella mezz’ora di relax piovuta dal cielo per finire il capitolo da leggere.

Quindi ti mordi la lingua e sei comprensiva con l’impiegato lento. C’è sempre qualcun altro da biasimare. Chi ha deciso che le domande online sono ancora troppo futuristiche, per esempio…