Chimera di maggio

Quando si comincia (o riprende) a fare sport, i risultati sono immediati per certi versi.

L’acido lattico, per esempio, è immediato.

Se il giorno dopo ti alzi giulivo dal letto vuol dire che in palestra fingevi di fare SQUAT, ma in realtà ancheggiavi al ritmo del ballo del qua-qua. Non c’è alternativa. Il rassodamento muscolare è sofferenza: finché non passi dallo stadio mozzarella allo stadio galbanino sei inevitabilmente destinato a guaire mentre ti alleni e guaire ad ogni movimento dopo 24 ore. Ma è una sofferenza temporanea, tranquilli: in una manciata di ore avrai di nuovo l’illusione di poter sollevare gli arti e piegarti in avanti senza emettere lamenti osceni dal fondo della gola. Una manciata di ore: quella che ti separa dal prossimo allenamento.

Eh, ma s’ha da fare. Non tanto per la prova costume, anche perché se ti iscrivi in palestra a maggio il massimo a cui puoi auspicare è essere vagamente in forma per settembre, ma quello dell’anno successivo; più che altro è perché ti rendi conto che il varco degli ‘anta si avvicina precipitosamente e hai lo spauracchio del quello-che-prendi-ora-non-lo-elimini-più dietro l’angolo.

Insomma, è giunto il momento di darsi un tono. Muscolare, quantomeno.

Ogni volta che ti sale l’affanno quando giochi ad acchiapparello con i bambini.

Ogni volta che fai una rampa di scale con le buste della spesa, la borsa a tracolla, la posta in bocca, le chiavi di casa in mano, un pargolo penzolante ad ogni polso e ti rendi conto che non ce la fai più come un tempo.

Ogni volta che ti infili un pantalone e non si abbottona e pensi che sia più verosimile mettersi a dieta che andare a fare shopping con un’amica – o alla peggio anche sola – e non ridurti a comprare 4 paia di pantaloni, 2 gonne, un paio di scarpe, una felpa delle Superchicche e una di Gattoboy, rendendoti conto alla cassa che oltre la taglia 7 anni non hai comprato nulla.
A parte i guanti per lavare i piatti.

Ogni volta che esci in bicicletta e vai bene solo in piano, ma già al primo dosso i quadricipiti chiamano il sindacato dei muscoli atrofizzati per dichiarare sciopero bianco, per cui hai la sensazione di procedere ma in realtà stai scivolando all’indietro.

Ogni volta che il tuo partner vorrebbe darti un giocoso e sensuale pizzicotto sul gluteo e fa fatica a capire dove finisce la chiappa e dove comincia la coscia.

Ecco, tutte queste volte ti fanno capire che forse è giunta l’ora di iscriverti in palestra. Per amore di te stessa e della tua capacità polmonare.

Per cui ti metti una t-shirt sformata, un pantalone comodo e ti avvii al corso di pilates.

palestra-last-minute

Che vuoi che sarà, per te, che hai sempre fatto qualcosa? Aerobica, piscina, tai-chi, kundalini yoga, camminata veloce, bicicletta, danza classica e pure qualche mese di arti marziali? In gravidanza ci mancava poco che facessi la spaccata, cosa vuoi che sia cambiato in quattro anni?

TUTTO

È cambiato TUTTO!

Innanzitutto gli addominali non ce li hai più. Non è che fossi Shakira a 20 anni ma un minimo, che diamine… quei bei fasci compatti e sodi, di cui in gravidanza hai lodato la versatilità – è incredibile come possa ingrandirsi la pancia tanto a farci stare dentro un bambino, eh? – ora ti hanno confermato che le doti di elasticità che avevi immaginato non sono altro che effetto pasta di pizza: si allunga, si allunga, si allunga, ma poi hai solo da ripiegarla su sé stessa perché se ti illudi che tornino al posto di prima MUAAAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAH
S
tolta.

I glutei sodi che ti avevano portato in capo al mondo, macinando chilometri zaino in spalla, ancora rispondono, non foss’altro per tutti gli oggetti che hai dovuto sollevare con i piedi mentre ti aggiravi per casa come su un percorso a ostacoli, col pupo addormentato o che poppava in braccio, o facendo innumerevoli volte il corridoio per farlo addormentare. Stesso dicasi per le braccia, toniche compagne di mille avventure.

Ma il collo, ragazzi. Il collo ti scrocchia ad ogni rotazione. L’istruttrice metterà anche la musica ma quel tatatatatrac cadenzato che accompagna il riscaldamento è insopprimibile.

Però devo ammettere che fa bene, prendersi quel tempo per sé, per il proprio benessere, per la cura del proprio corpo.

E non è vero che i risultati non si vedono subito.

Io, per esempio, l’altra mattina mi sono svegliata con la pancia piatta e tonica. Ma solo perché, se provavo a rilassarla, mi faceva veramente troppo male…

(si ringrazia l’amica Finfury per il permesso di usare la sua vignetta)

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Solo un puntino (di vista)

Quelli che “è solo…” mi fanno uscire dai gangheri.

“È solo un graffio.”
“Era solo un cane.”
“Erano solo nove settimane.”
“È solo una gara.”
“È solo un voto.”

Perché, diciamocelo, usare per un altro il tuo metro di giudizio è quanto di più presuntuoso e arrogante possa esserci.

“È solo una cotta.”
“Era solo una bicicletta.”
“È solo un litigio.”
“È solo un peluche.”

Ma come puoi tu arrogarti il diritto di pesare i miei affetti, di riordinare i miei valori, di stabilire le mie priorità? Come puoi giudicare esagerato il mio modo di sentire la gioia, l’amore, il dolore, la perdita, la fantasia?

“È solo un libro.”
“È solo un rifiuto.”
“Era solo uno scherzo!”
“Sono solo parole.”
“È stato solo un bacio.”

Eh no, mio caro. Il tuo “è solo” può essere il mio “è tutto” e nessuno può stabilire chi dei due abbia ragione.

Come posso farti capire il mio punto di vista?

Non so… Forse con un calcio ben assestato negli zebedei per poi aggiungere “E dai! Quante storie! È solo uno scroto…”. Ma preferisco la non-violenza, quindi sorrido, sospiro e mi ripeto che, tanto, quella che ti esce dalla bocca è solo la tua opinione…

Lo strano caso del cinismo ucciso a suon di botte (parte 1)

Siccome è ormai noto il mio livello di idiosincrasia per le pucciosità varie e derivante sarcasmo nei confronti di chi ne abusa, voglio esporre le mie debolezze al pubblico ludibrio per giocare ad armi pari: io mi commuovo con i film. Ma non solo con quelli epici, alla Love Story o Ghost o Nel nome del padre, che pure mi schiantano.

No. Io piango con i cartoni animati.

Ieri sono riuscita a versare fiumi di lacrime con Kung Fu Panda 2, ossia un lungometraggio animato che delle risate fa la sua colonna portante. Quindi mi è tornato in mente un post che avevo abbozzato tempo fa su

i momenti dei cartoni animati che più mi fanno emozionare.

  1. primo su tutti Tonari no Totoro, di Hayao Miyazaki (studio Ghibli): se non lo avete mai visto, rimediate subito. Perché primo su tutti? Perché sarebbe più semplice dire cosa NON fa commuovere di questo film. Tenerezza, amicizia, amore fraterno, riconoscenza, rispetto per la natura: tutti temi cari a Miyazaki ma che in questa storia sono serviti inzuppati in un budino di meraviglia infantile tanto dolce da renderlo fruibile anche ai bimbi molto piccoli (intorno ai 4/5 anni). Il momento che preferisco, però, è quando fanno germogliare i semi con una danza magica nel cuore della notte.
  2. Mulan, Disney, 1998. Mi fa piangere quando si ricongiunge alla famiglia? Quando i commilitoni la seguono? Quando lei resta sola e abbandonata in mezzo alla bufera di neve? Quando tutta la Cina si inchina alla sua saggezza? Noooooooo. Quando si taglia i capelli. Quel momento di precisa consapevolezza della propria volontà, di quell’intimo desiderio che gli altri non comprendono ma che tu, solo tu, sai che sgorga dal profondo del cuore. Come pure quando
  3. Pocahontas che si mette non tra il padre e il suo uomo, ma tra due orde di uomini assetati di odio. Quella di questa coraggiosa ragazza non è una scelta personale, ma sociale e, nonostante il suo amore, continua ad essere tale anche alla fine del film (no, il secondo non l’ho visto e credo che non lo farò). Lei sfida tutti: il padre, le convenzioni, la sorte, la vita stessa per quello che ritiene giusto: la validità ineluttabile dello spirito di fratellanza, sopra ogni cosa.
  4. Stesso discorso di sfida apparente al padre in un impeto di adolescenza, che è in realtà la pressione della maturità e delle scelte responsabili, si può fare per Vaiana, che dalla pellerossa di prima ha mutuato parecchio. Ma lei si merita un post appost’.

E voi? Ci sono film animati che vi fanno piangere?

Molto forte, inesorabilmente vicino

Agata sfogliava svogliatamente una rivista mentre aspettava che Giacomo rientrasse da lavoro. Era tardi, la cena già pronta sui fornelli spenti, la tavola apparecchiata; mancava solo lui. Non vedeva l’ora di corrergli incontro, cingergli il collo e coprirgli il viso di baci. Le piaceva quell’odore di dopobarba e tabacco che a fine giornata si mescolavano sulla guancia.
Quando sentì il familiare rumore dell’auto che parcheggiava sotto casa, saltò giù dalla poltrona su cui era appollaiata e stava per precipitarsi alla porta quando rallentò, titubante. Giacomo era al telefono e la tromba delle scale rimandava l’eco di una discussione animata. Forse non era il caso di farsi trovare dietro la porta: avrebbe potuto innervosirlo. Era già capitato, che lui rincasasse così stanco e arrabbiato per questioni di lavoro che era bastata una parola sbagliata per accendere la miccia. Un tono di voce troppo alto, o troppo arrogante, o un’indecisione che aveva fatto tardare la risposta a una richiesta di lui ed era scattato lo schiaffo. Secco. Asciutto. Inaspettato. Col tempo Agata aveva imparato a riconoscere i segnali, i campanelli d’allarme che presagivano un suo attacco d’ira, e si comportava di conseguenza. Il più delle volte bastava mantenere un basso profilo e non farsi notare: non guardare la TV, non parlare a ruota libera, camminare lentamente e fare esattamente quello che chiedeva l’avrebbe tenuta al riparo da calci a tradimento e strette troppo energiche al braccio. Ma altre volte no. Altre volte sembrava che lui non vedesse l’ora di tornare a casa solo per essere contraddetto e trovare una scusa per sfogare la frustrazione.
Le chiavi girarono nella toppa e lei lo sentì fare una battuta al suo interlocutore telefonico. Il cuore le rallentò, facendole accorgere solo in quel momento che aveva preso a battere a sussulti per la paura dell’incognita. Quello scherzo, invece, la induceva a pensare che fosse una giornata sì. Perché, quanto era vero che era un tiranno se aveva la luna storta, era anche l’uomo migliore del mondo se era di buon umore. Aveva una risata portentosa, coinvolgente; sempre pieno di proposte e idee divertenti, aneddoti esilaranti, canzoni da stonare mentre cucinava, improvvisando balli e storpiando ritornelli per farla ridere.

Lui varcò la soglia e lei frugò con lo sguardo il suo viso, alla ricerca di un indizio che le facesse intuire se poteva abbracciarlo o era meglio tenersi alla larga. Lui la oltrepassò, posò la borsa, ripose il telefono e finalmente si voltò a guardarla. “Non mi saluti nemmeno?” esordì. Lei si avvicinò in fretta e lo baciò. Giacomo la strinse.
Forse era davvero una giornata sì. Una di quelle buone. Una di quelle in cui, se non sbagliava nulla, se stava attenta a rispondere sempre in maniera educata, magari lui le avrebbe voluto bene.
Perché lei non desiderava altro, al mondo, che essere guardata ancora con l’amore che lui le serbava i primi tempi, quando era sempre buona.

E se tu che stai leggendo pensi che Giacomo sia un uomo ingiusto e violento, fermati ad assaporare questo senso di indignazione di fronte al suo esercizio di potere. E tienilo bene a mente, mentre Agata lo saluta.
“Bentornato a casa, papà”.

Il senso del riccio per la neve

Un comune martedì può trasformarsi in magia con poco.

Fiocca.

Qui non nevica, di solito, per cui basta una spolverata a suscitare la meraviglia dei bambini. Guardare i loro occhi spalancati alla maestà della natura fa decollare il cuore.
Ma dicevo, è martedì. E siccome qui non nevica, di solito, non ho nemmeno i guanti per farli giocare, per cui mi sto barcamenando tra scadenze di lavoro, vecchi magioni da cui ricavare guanti per i miei figli, scadenze di lavoro, scuole chiuse, scadenze di lavoro, i piccoli che saltellano per casa mentre fuori ci sono -2 gradi e vogliono andare a giocare mentre il vento fa vorticare i fiocchi. Ho tentato di spiegare che appena il vento si cheterà noi scenderemo, nel frattempo possono aiutarmi a finire i guanti?

E intanto mi arriva un’altra mail. Del resto, è martedì, le scuole saranno anche chiuse perché al sud non siamo proprio abituati, a tutta questa sofficità nelle strade, questo biancore, questo gelo che ieri mattina, mentre aprivo lo sportello dell’auto, mi ha fatto andare in ipotermia le ultime falangi.

Forse è il caso che faccia dei guanti anche per me.
Che dicevo? Ah, sì: martedì, per cui al sud ci paralizziamo ma altrove no, altrove è un qualsiasi giorno feriale: perché non dovrebbero mandarmi delle e-mail?
Martedì, per cui dopo sabato e domenica, che non c’era scuola, li ho tenuti a casa altri due giorni, per un totale di 4 giorni – per ora – in cui devo ritagliarmi spazi per rispondere qui, rifinire lì, consegnare a tizio, completare un lavoro per caio; e vedrete e-mail inviate ad orari improbabili, o da luoghi improbabili – ma quelli, almeno, si possono nascondere.

Anche ora, che sto smanettando queste poche righe mentre aspetto che sia pronto il caffè, i bambini mi hanno interrotto almeno 15 volte. Penso si noti che non ho uno stile fluido, come al solito, ma il classico stile a singhiozzo della mamma che ha i pargoli a casa. Noi mamme coi pargoli a casa facciamo tutto a singhiozzo: telefonate, post, doccia, i lavaggio delle verdure, le pulizie della casa, persino l’espletamento dei bisogni fisiologici subisce drastiche interruzioni.

Ma scusate. Ho spenso sotto la moka, i guanti sono stati sagomati e devo cucire, la casa fa schifo ma laverò poi, ho fatto le cose urgenti e rimando il resto a stanotte.
Ma è in questi momenti, nonostante il folle, incondizionato, immenso, granitico amore che provo nei loro confronti, che mi torna la frase detta ieri sera a un’amica, scherzando.

A volte, i figli sono l’apostrofo rosa tra
nun c
e
a facc’ ‘cchiù.

La penisola del tesoro.

Figli, se un giorno avrete anche voi dei figli, forse capirete.
Capirete che la mia espressione dolce, anche se mi chiamate per la millesima volta, non è ipocrisia, come non lo è sbottare per l’esasperazione e prendervi comunque in braccio per ascoltarvi; in entrambi i casi è amore. Che quando mi chino per guardarci negli occhi, per salutarvi, per parlarvi, per baciarvi, per sollevarvi, mi si schiantano le ginocchia e mi si stritolano i polpacci ma continuerò a farlo, imperterrita, finché non mi arriverete almeno al mento. L’essere alta un metro e cinquanta mi fa ben sperare sotto questo aspetto.
Capirete che ogni volta che ho preferito giocare con voi invece di uscire, pulire casa, cucinare, lavorare, l’ho fatto per libero arbitrio. Ho girato il mondo prima di incontrarci, la casa è solo un oggetto, si possono mangiare surgelati e piatti pronti ogni tanto e so quando posso recuperare il lavoro di notte, ma il tempo con voi non torna più. Come pure le volte che sono stata fuori, che uscivo per comprare il pane e tornavo dopo un’ora, che mi sono assentata intere giornate, non l’ho mai fatto per fuggire da voi, ma per correre da me, perché anche una mamma talvolta ha bisogno di una mamma, o qualcuno ha bisogno di essere accudito dalla vostra mamma; perché siete unici, ma non siete gli unici.
Forse capirete anche perché la mattina necessito di un caffè e un chiropratico, ma lo stesso alzo la coperta in piena notte per accogliervi accanto a me, che vi incastrate con la perfezione di un pezzo di Tetris e vi espandete come un marshmallow inzuppato nel latte.
Probabilmente capirete pure di quando vi spiegavo che la morte fa parte della vita, e la vita a volte cozza con la morte, e lo facevo piangendo ma consolavo voi. Perché rispondo “finché mi vorrai, ci sarò” quando chiedete se sarò sempre con voi, ora che vi sembra così assurda la sola idea che non mi vorrete più e invece no, sarà fisiologico e io ve lo ripeto da adesso affinché lo sappiate, e sappiate che va bene. Una mamma c’è finché la vuoi, ogni volta che la vuoi, poi ti lascia andare, che è uno strazio, ma ti sorride mentre te ne vai; anche se non c’è più ti resta tra le pieghe del cuore pronta ad essere srotolata all’occorrenza. Che il vostro mondo forse è cominciato da me ma sono solo un trampolino, che una volta scandagliati i confini del nostro rapporto c’è un confine da varcare che vi proietta verso un universo da esplorare.
Forse capirete quanto questo sia meraviglioso e faticoso al tempo stesso, se avrete dei figli, o forse anche senza figli lo capirete e basta, perché avrete la mente aperta, o forse non lo capirete mai, ma non mi importa. L’importante è che ora viviate leggeri, che ora siate figli, che viviate il vostro diritto a reclamare spazio, amore, attenzione, imparando il rispetto reciproco nei piccoli gesti quotidiani. Per capire c’è tempo. Ora è il tempo dell’amore.

Amore_materno

Vedi caro

(Non me ne voglia Guccini, ma mi era stata fatta una richiesta…

dedicata a tutti i compagni, figli o chiunque vuole collaborare in casa “a modo suo”: un criterio c’è sempre, non sono fisse nostre. Giuro.)

Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile parlare di scomparti ed organizer
Vedi caro, tutto quel che posso dire è che tu ti puoi fidare, è che siamo differenti
Vedi caro, certe volte sono fuori ma so già che c’è da fare quando in casa tornerò.

Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Vedi caro, certe crisi son soltanto segno di qualcosa storto che hai messo fuori posto
Vedi caro, so che vuoi collaborare, non sapevi cosa fare, e hai pensato di sistemare
Vedi caro, se però io piego e poso in un mio preciso modo è perché so che ci andrà
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

 

Non capisci che se stendi alla carlona anche la maglietta buona quella poi si sformerà
quando lasci la spugnetta nel lavello, anche se c’è il suo ripiano, quella dopo puzzerà
quando pieghi senza cura né criterio, la camicia che ho stirato, quella si stropiccerà
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Non rinnego che il tuo aiuto è assai prezioso che son io che lo richiedo e non voglio farne a meno
anche se certe volte faccio il doppio, ‘ché non trovo il nuovo e il vecchio, ‘ché lo hai messo giù in cantina
Non pensare che io voglia criticarti, ma se proprio vuoi aiutarmi guarda almeno le etichette
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Tu sei molto, ma se entri in una stanza e non vedi la costanza che ci metto a sistemare
Tu sei tutto, ma se metti un’altra volta i miei calzini in mezzo ai tuoi, non li trovo manco morta
io cerco ancora e così non spaventarti se mi senti borbottare, non sto mica a critica’!
Stai sereno, non è mica colpa tua se non c’è la roba mia, di chi ha colpa non si sa
Cerca dentro per capire che i cassetti li ho divisi coi biglietti disegnati per ogni età…

Vedi caro. è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.