Vedi caro

(Non me ne voglia Guccini, ma mi era stata fatta una richiesta…

dedicata a tutti i compagni, figli o chiunque vuole collaborare in casa “a modo suo”: un criterio c’è sempre, non sono fisse nostre. Giuro.)

Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile parlare di scomparti ed organizer
Vedi caro, tutto quel che posso dire è che tu ti puoi fidare, è che siamo differenti
Vedi caro, certe volte sono fuori ma so già che c’è da fare quando in casa tornerò.

Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Vedi caro, certe crisi son soltanto segno di qualcosa storto che hai messo fuori posto
Vedi caro, so che vuoi collaborare, non sapevi cosa fare, e hai pensato di sistemare
Vedi caro, se però io piego e poso in un mio preciso modo è perché so che ci andrà
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

 

Non capisci che se stendi alla carlona anche la maglietta buona quella poi si sformerà
quando lasci la spugnetta nel lavello, anche se c’è il suo ripiano, quella dopo puzzerà
quando pieghi senza cura né criterio, la camicia che ho stirato, quella si stropiccerà
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Non rinnego che il tuo aiuto è assai prezioso che son io che lo richiedo e non voglio farne a meno
anche se certe volte faccio il doppio, ‘ché non trovo il nuovo e il vecchio, ‘ché lo hai messo giù in cantina
Non pensare che io voglia criticarti, ma se proprio vuoi aiutarmi guarda almeno le etichette
Vedi caro, è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già…

Tu sei molto, ma se entri in una stanza e non vedi la costanza che ci metto a sistemare
Tu sei tutto, ma se metti un’altra volta i miei calzini in mezzo ai tuoi, non li trovo manco morta
io cerco ancora e così non spaventarti se mi senti borbottare, non sto mica a critica’!
Stai sereno, non è mica colpa tua se non c’è la roba mia, di chi ha colpa non si sa
Cerca dentro per capire che i cassetti li ho divisi coi biglietti disegnati per ogni età…

Vedi caro. è difficile spiegare, è difficile capire, se non hai capito già.

 

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L’alluce a giorno.

Stamattina mi infilo il calzino e ci trovo un buco sull’alluce.

Ho immaginato la faccina triste tipica di quei video-tutorial della serie ‘ti spiccio casa in 5 minuti utilizzando cose principalmente destinate a tutt’altro scopo rivisitandole come una novella MacGiver con la manualità di un carpentiere, la passione per il crafting e la vena artistica di un decoratore di piastrelle’.

Sì, insomma, avete capito quali. Quelli che dal riciclo delle bottiglie ci fanno un puof per il salotto. Da una maglia sformata premaman ricavano un tubino sexy senza nemmeno cucire. Da un asciugamano logoro creano un pupazzo e un mocio per pavimenti. Che puliscono con gli ingredienti che io uso per la cena. Che ti umiliano riparando un piatto con il latte caldo mentre tu avresti sprecato ettolitri di attack solo per trovarti tra le mani una ciotola in cui nemmeno il cane vuole mangiare – e con cane intendo quello randagio che sfami con gli avanzi che nei video tutorial utilizzerebbero per farne decoupage. Che ricavano detersivi grattugiando sapone di marsiglia. Che creano svuotatasche con foglie d’acero arrossate dall’autunno perfettamente integre messe insieme con prodotti che, vabbè i nomi in spagnolo o in inglese, ma manco alla Leroy Marlene sanno che diavolo è il mod podge.

Datemi un barattolo di mod podge e vi incollerò le faglie terrestri

Resto sempre affascinata a guardare questi video, domandandomi principalmente: ma chi cavolo fa le riprese? Poi le immagini mi ipnotizzano, ammiro imbambolata mentre scorro la bacheca di facebook e non riesco ad andare avanti finché non sono finiti. Mi lasciano sempre con una esaltazione intima (dai, è facilissimo, provaci dopo!!) che il raziocinio, molto più avvezzo alla mia manualità, mette a bada nell’intervallo tra la fine del filmato e la possibilità che mi cimenti in tali mirabolanti esperimenti.

Una volta, però, mi feci fregare. In passato ho fatto detergenti per la casa mescolando semplici ingredienti e con eccellenti risultati, seguendo le indicazioni di blogger che se ne intendono. Nel mio armadietto troverete facilmente acido citrico, percarbonato, bicarbonato, oli essenziali e simili. Per questo, quando ho visto che una di queste tizie faceva delle pasticche per pulire il water utilizzando ingredienti che effettivamente avevo, mi sono detta: perché no?

La vera domanda sarebbe: perché sì???? 

La cronaca delle grida giubilanti dei miei figli mentre osservavano la schiuma che frizzava nelle formine per il ghiaccio, aumentando spropositatamente di volume, mentre la mamma tentava di contenere il disastro, avrà un post appost’. Per ora sappiate solo: mai fidarsi di un video-tutorial con le faccine.

Da che ero partita? Dal calzino.

Il buco.

Osservavo il buco, l’esaltazione si è impossessata di me e mi sono detta: non saprò cavarne un coniglietto, ma non lo ributto nella mischia. No. ORA LO RAMMENDO. Che diamine: ho mezze sciarpe, mezzi guanti, mezzi scialle, mezzi berretti nel cassetto che prima o poi terminerò (o lancerò una nuova moda della knitter inconcludente), ma un buco in un calzino lo posso pur chiudere in questi due minuti che separano il “siamo in perfetto orario sulla tabella di marcia” dal “dovesonolemiechiaviiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii”.

L’aneddoto termina con me in piedi in posa fenicottero – avevo pur sempre un calzino solo – urtata da mio figlio, mentre cerco il cotone del colore giusto, che mi pungo con l’ago. Alla fine ho indossato un calzino rosa rammendato pessimamente col cotone nero, un cerotto sul dito e l’immancabile invocazione: perché non trovo mai le chiavi?

Servirebbe uno svuotatasche, Magari fatto di avanzi di giornale sapientemente induriti con la vinavil? O con basi di bottiglie di plastica ricoperte di smalto per unghie con effetto marmorizzato? O intrecciando scampoli di vecchie t-shirt?

Ma penso che lo comprerò all’IKEA. Per fare la creativa devi avere organizzazione. E uno che ti tiene il cellulare per farti il video con le faccine.

 

Tu, tuo

Ho fatto tutto. I grembiuli stirati, gli zaini preparati, i quaderni acquistati, le matite temperate, le scarpe lavate, le paure fugate.

I bambini sono eccitati all’idea di andare a scuola. E ansiosi il giusto.

Per entrambi è un salto nel vuoto, del resto, che posso aspettarmi? La scuola elementare una, la materna l’altro. Ne abbiamo parlato per chiarire dubbi e smontare fantasiosi voli pindarici e sembra (sembra!) che attendano il giorno con serenità e un pizzico di nervosismo.

A me mancheranno. Stamattina li osservavo: lei sdraiata a terra a leggere, con le gambe addossate al divano, e lui a vagare per la stanza intonando una canzone inventata – spesso si lancia in queste performance canore gorgheggiando in una lingua che vaga tra l’arabo e il sanscrito antico. Pensavo che dalla settimana prossima faranno queste cose lontani dai miei occhi e dalle mie orecchie e spesso non me le racconteranno, perché per loro saranno frammenti di vita quotidiana non degni di nota, mentre per me resteranno sempre piccoli spettacoli. E ben vengano il lasciarli andare, la socializzazione, la sperimentazione, l’autonomia; però mi mancheranno.

Sarò serena all’idea che staranno bene, che io potrò lavorare senza negar loro la mia compagnia quando mi chiedono di giocare, che non dovrò costringerli a ore di fila alla posta o al supermercato o dal medico, che potrò sbrigare le faccende noiose mentre loro sono a scuola.

Ma mi mancheranno.

Sarò felice di avere qualche ora da dedicare a me stessa, per praticare yoga o anche solo per guardare un film (Il trono di spade!!! Devo recuperare diecimila puntate de Il trono di spade!!!) mentre stiro, per prendere un caffè con un adulto parlando di cose da adulti mentre ci guardiamo negli occhi; ma mi mancheranno.inizio-scuola

Non sento l’esigenza di “liberarmi” dei miei figli. Sento piuttosto che entrambi sono giunti al livello di saturazione della reciproca presenza, come mi accorgo ogni volta che li divido per un po’ e si abbracciano di slancio quando si rivedono; così come hanno bisogno di frequentare dei loro coetanei, come mi confermano i giochi sfrenati che intavolano con i figli di amici. L’estate è come la gravidanza: è bella finché dura, dopodiché il troppo stroppia.

So che la mia presenza, per loro, è fondamentale almeno quanto la mia assenza.

Per cui li accompagnerò cercando di trasmettere tutto l’entusiasmo che li sospinga dolcemente verso questa avventura personale, senza far pesar loro che mi mancheranno. Questo non vuol dire che lo nasconderò, che pure mi sembrerebbe ipocrita. Significa solo far passare il messaggio che possiamo amarci a distanza, che è bello separarsi per ritrovarsi, che è bello mettersi alla prova, avere luoghi privati, prendere iniziative senza la supervisione o l’approvazione reciproca. Significa fare le prove generali per stare al mondo, in un microcosmo che sia una camera di decompressione tra il nucleo familiare e la società. Significa che possono sentire la mia mancanza, come io sentirò la loro, e tenerla nel cuore mentre giocano e imparano per poi manifestarmela quando ci rivedremo.

Sarà bello vedere quello zainetto allontanarsi nel corridoio. Ma sarà ancora più bello vedere che mi correranno incontro, quando tornerò a prenderli, ammirandone i contorni distinti, che imparerò a ri-conoscere giorno dopo giorno.

 

Ansia e Gretel

Il pan di spagna è sinonimo di semplicità e genuinità. Il pan di spagna porta con sé l’immagine dolcemente vintage di tua nonna che impasta in 10 minuti una merenda saporita e prepara la crema mentre il dolce lievita in forno, diffondendo in casa un odore incomparabile. A volte lei ti lascia salire sulla sedia a rimestare nel pentolino – piano, lentamente, sempre nello stesso verso, vedi? – mentre la sua mano callosa guida la tua affinché non ti scotti.

Il pan di spagna è semplicità, giusto?
SBAGLIATO!

Provate a googlare “pds dosi” e troverete 729 versioni, di cui la più quotata (30 gr di zucchero e 30 di farina per ogni uovo, regola aurea della nonnina) diventa variante delle più fantasiose versioni in base a:
– forma e/o grandezza della teglia
– intolleranze
– regime alimentare
– livello di appetito dei commensali
– congiunzioni dei pianeti
– segno zodiacale
– diploma o laurea
– numero reale di follower del blog che stai consultando o in alternativa
– numero di partecipanti alla discussione sul forum e in questo caso
– grado di anzianità di chi scrive.

La strega dei fratelli Grimm ha dovuto diventare imprenditrice edile perché la casetta di marzapane non attirava più nessuno.

Adesso gestisce una serie di villette a schiera: una ricoperta di pasta di zucchero, una vegana, una solo frutta fresca biologica certificata, una no ogm, una senza olio di palma, una senza uova, una per celiaci, una di farina di riso per i bimbi che tengono alla linea (anche se quelli li congela per il cane a tre teste).
Ho avuto la pessima idea di curiosare su internet perché ero indecisa su quante uova usare per una teglia rettangolare e ho cominciato a sudare per l’ansia da prestazione. Ero la tipa sciolta che montava le uova con lo zucchero, aggiungeva farina, lievito, un pizzico di sale e OPLÁ in forno; ora scopro che a causa mia Montersino potrebbe essere operato da un chirurgo maxillofacciale dopo che la mia superficiale, grossolana approssimazione gli ha fatto cascare la mascella.

Ma come? Su CakeDesign italia c’è scritto che le uova si montano quin-di-ci mi-nu-ti, non uno di meno! Non lo sapevo?
E così rompo i gusci (a temperatura ambiente!!!!) per domarli con la frusta (dello sbattitore elettrico, s’intende)
8:00. 8:05. 8:07 mi sembrano spumose ma NO! 15 mi-nu-ti. Ma il bimbo mi chiam… NO. Ma il citof… NO. Ma mi fa male il brac… NO. Devo fare pipì… NO. Il tunnel carpaNOOOOOO.

In effetti l’impasto si gonfia.

Raddoppia.

Si gonfia assai.

Triplica.

La forumina di cookaround, despota virtuale sulla mia spalla, annuisce soddisfatta mentre io mi rilasso, giusto un minuto prima che il tutto straripi dalla scodella. L’invasione di gelatina di Ben e Holly era meno catastrofica.
Salvo il salvabile in extremis eppure già medito di allestire in cucina una mostra di arte contemporanea, per far ammirare lo stile naive con cui ho affrescato il muro sollevando le fruste ancora in funzione. Grissom saprebbe evincere la traiettoria della mia imprecazione solo studiando l’andamento della parabola delle gocce gialle che decorano la parete, mi dico mentre incorporo a mano la farina e il liev…
COOOOSAAAAA??? LIEVITO?!?! Il pandispagnaclassico non prevede il LIEVITO, triviale mistura di amidi e aromi. Il pandispagnaclassico cresce grazie al tuo immenso ammmmore e pazienza e lentezza. Un po’ come i bambini, insomma. Potremmo introdurlo come tecnica di meditazione, la mindfulness kitchen meditation: incorpora farina e rimesta dal basso verso l’alto. Sbadiglia, rimesta, incorpora, rimesta, sbadiglia di nuovo, rimesta fino a esaurimento tuo o dei bambini attaccati alle gambe.
Posso infornare ora?

No, devo controllare la temperatura. E versare l’impasto partendo dai bordi e procedendo verso il centro, possibilmente disegnando un mandala tibetano. Non livellare con la spatola! Non sbattere la teglia per appianare il composto! Hai imburrato? Hai rinforzato i bordi con la carta forno per sollevarli?
E dire che volevo solo fare una torta di compleanno. Il dolce adesso deve fare bella figura, degno di esser pubblicato sui social, non fatto per sostenere le candeline e cogliere con una fotografia l’attimo in cui i bambini infilano il dito nella panna. Ma non mi faccio abbindolare dalle decorazioni estreme: per me quel dito furtivo è una tradizione almeno quanto tantiauguriateeeee.
Adesso comprendo perché si chiama pan di zen-zero: ci vogliono calma e serenità interiore per contrastare la sindrome da perfezione, che ti fa lievitare l’ansia meglio del cremor tartaro.

Pan-di-spagna

Aspettando il dottor…

Nelle ultime settimane ho frequentato ospedali. Mai per me personalmente, ma per persone che sono pezzi di cuore, figure fondamentali del mio passato che non potrei trascurare nemmeno volendo. E non voglio.

Negli ospedali c’è tanto da fare e tanto da attendere. L’attesa può essere estenuante, ma anche interessante se non sei in una situazione critica. In quei casi puoi leggere, fumare, fare le parole crociate, chiacchierare, pregare, meditare, sferruzzare, scrivere, o osservare l’umanità nella sua forma più viscerale.

Un pensiero, in particolare, mi si è insinuato prepotentemente in testa negli ultimi due giorni: l’accudimento è innato e non è detto che sia prerogativa femminile. Ho visto infermieri, molto dolci e rassicuranti, arginare situazioni in cui la familiare di un paziente era stata rude o sgarbata. Così come ho visto estranei prendersi cura di ammalati con una grazia che era stata negata loro dagli stessi figli o consorti.

C’è una bolla che avviluppa gli ospedali, piena di densa emozione vischiosa che ti serra la gola e ti annega i pensieri, che ti connette agli altri con una solido doppio filo.

Essendo cresciuta a libri e ER, i medical drama hanno rappresentato una fetta abbondante del mio repertorio televisivo e hanno contribuito, assieme ai romanzi, a costruire l’impalcatura con la quale ho potuto sperimentare indirettamente molte immedesimazioni. Incidenti, malattie, separazioni, speranze che potevo vivere con la consolazione della mia vaschetta di gelato ma che mi hanno permesso di domandarmi “e io che farei?”. Eppure la realtà ti aggredisce in maniera inaspettata, anche nelle tue stesse reazioni.

Mi ha sempre affascinato la capacità di adattamento. La velocità con cui ci si adegua a una situazione, con cui ci si orienta in un posto che si è costretti a frequentare.
Gli ospedali, in particolare, che solitamente sono un dedalo di corridoi, padiglioni, reparti, porte chiuse e orari a cui attenersi: nel giro di poche ore sai già districartici. Cominci a riconoscere i visi, a distinguere chi è più indulgente, chi più rigido, chi più professionale, chi più umano, chi più intuitivo, chi empatico, chi rude ma capace, chi sbrigativo, chi sgarbato, chi dolce ma insicuro… Sai quale inserviente chiude un occhio se ti pesca fuori orario di visita, a quale puoi chiedere una cortesia e quale ti passa davanti senza vederti.
Gli infermieri sono gli ingranaggi. Lo avevo già capito ai tempi di ER, mi è risultato più chiaro con Scrubs ma poi, nella vita reale, ho constatato la vera portata del loro prezioso lavoro. Sono l’anello di congiunzione tra noi, piccoli troll impazziti e ignari, e l’Olimpo dei dottori, che tutto sanno e tutto possono, che meritano una speciale menzione nei titoli di coda.IMG_20170901_154453

Ci sono le volte che ti viene da masticare la cartella clinica in preda alla più cieca rabbia o frustrazione, certo. Quando ti rimbalzano da uno specialista all’altro. Quando uno ti dice una cosa e al cambio turno non è più vera. Quando ti parlano con sufficienza e invece hai ragione tu. Quando ti fanno aspettare per ore per una semplicissima visita di pochi minuti. O, nello specifico, quando sei al padiglione M e devi raggiungere il padiglione N: ti aspetti di trovarlo lì fuori, la logica ti suggerirebbe così ma sei un illuso. Tra il padiglione M e il padiglione N ci saranno quello E, W e possibilmente il Ybis. Sei davanti alla cartina del complesso ospedaliero e sudi 4 camicie quando vedi passare uno che ti sembra procedere con abbastanza sicurezza da sapere dove sta andando, per cui chiedi informazioni. E lui ti dirà di svoltare a destra, tirare dritto oltre il palazzo giallo, poi a sinistra, poi di nuovo a sinistra e se lo trova di fronte, signora, non può sbagliare.

E, sistematicamente, ti trovi di fonte al bar.

Perché una cosa è certa, qui al sud: persino in ospedale, tutte le strade portano al bar. Se chiedi al barista di sicuro lo sa, che strada farti fare, e sa pure come consolarti se ti vede mogio, calmarti se sei incazzato e tirarti su se ti vede stanco. E vende pure la settimana enigmistica.

Che ospedale sarebbe, senza il barista?

 

L’infinito (ninnare)

Sempre caro mi fu quest’ergobaby
e questa fascia, che di tanta stoffababywearing
dall’ultima mezz’ora il pianto esclude.
Ma dondolando e ninnando, interminati
canti di là da quella, e sovrumani
pianti, e profondissima quïete
io nel pensier mi fingo, ove per poco
il cor non si spaura. E come il sonno
odo posar tra queste scapole, io questo
infinito silenzio a quella voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le passate dormite, ed io presente
e stanca, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo sonno.

Il guadagno del tempo perduto

Come dicevo ieri in commento a un post di Anche le briciole, sebbene con i miei figli io ci stia bene, mi diverta e adori giocare insieme, non nascondo che i bambini facciano perdere tempo. Assai tempo. Per cui una semplice spesa si può trasformare in una gita fuori porta.
Stamattina, per esempio, siamo andati al supermercato (sì, sì, lo so! Era domenica! Sono una schiavista! Avallo lo sfruttamento dei poveri lavoratori proprio io che ci sono passata, esattamente in quello stesso centro commerciale, a sgobbare fino a mezzanotte e nei giorni festivi! Schiavista e ipocrita. Ebbene, non sono né l’una nell’altra, ma rincoglionita sì perché mica mi ero resa conto che oggi è domenica…) al supermercato, dicevo, e già per scendere da casa ci metti il triplo che a uscire da sola. Ma sempre meno del tempo che impiega una donna a truccarsi. Poi scegli il carrello, metto io la monetina no io no io no io e intanto il sole ti deturpa il raziocinio. Decise le postazioni nel carrello comincia il percorso a ostacoli, perché andare in un supermercato con un bambino è come giocare a campo minato: ti devi ricordare dove sono le bombe. Se vedi una mamma che dalla corsia dei detersivi a quella dello yogurt circumnavigava l’area cancelleria, quando sarebbe più rapido passare per il corridoio centrale, non prenderti gioco di lei: sta evitando il reparto giocattoli.

Solitamente coinvolgo i bambini facendomi aiutare a scegliere i prodotti in lista (lista che si può fare a casa, insieme, magari facendola scrivere proprio a loro o disegnare se ancora non sanno farlo) e, tra una canzone e una corsa a zig zag ne usciamo abbastanza incolumi.

Ma c’è stata la volta che erano stufi, che hanno intercettato l’ovetto e hanno piazzato una scenata alla Maria Callas, che avevano semplicemente voglia di correre, o che si sono addormentati nel carrello e sempre caro mi fu quell’ergobaby grazie al quale ho proseguito le compere mentre uno di loro russava beatamente sulla mia schiena.
Però è vero che se vai di corsa e un figlio vuole imbustare la frutta, o pesarla, o scegliere la scatola di cereali che ha quel quid che tu, adulto pragmatico, ignori, allora la spesa con un bambino al seguito diventa estenuante, lunga, una spedizione. Credo che il punto sia sempre il nostro stato d’animo, quello con cui ci imbarchiamo nell’impresa. Oggi avevo dimenticato che è domenica perché siamo in ferie e potevo perdere tutto il tempo che volevano. Non avevo la grande che usciva da scuola, il pranzo da preparare, la lezione da cominciare, la pioggia da battere sul tempo. Ci siamo trattenuti tra i grembiuli e le marmellate, abbiamo bighellonato tra i quaderni e gli yogurt, e alla fine abbiamo fatto tappa pure al Disney Store dove abbiamo dato spettacolo intonando la canzone di Oceania in un collaudato terzetto.vaiana-maui-peluche

Perché il tempo che si impiega è tempo perso solo se lo vivi male. Una spesa di tre ore per comprare poche cose, se puoi ridere, è tutto tempo guadagnato.

(Poi tanto, alla cassa, ci sono le caramelle e lì sei fottuta…)