Tu, tuo

Ho fatto tutto. I grembiuli stirati, gli zaini preparati, i quaderni acquistati, le matite temperate, le scarpe lavate, le paure fugate.

I bambini sono eccitati all’idea di andare a scuola. E ansiosi il giusto.

Per entrambi è un salto nel vuoto, del resto, che posso aspettarmi? La scuola elementare una, la materna l’altro. Ne abbiamo parlato per chiarire dubbi e smontare fantasiosi voli pindarici e sembra (sembra!) che attendano il giorno con serenità e un pizzico di nervosismo.

A me mancheranno. Stamattina li osservavo: lei sdraiata a terra a leggere, con le gambe addossate al divano, e lui a vagare per la stanza intonando una canzone inventata – spesso si lancia in queste performance canore gorgheggiando in una lingua che vaga tra l’arabo e il sanscrito antico. Pensavo che dalla settimana prossima faranno queste cose lontani dai miei occhi e dalle mie orecchie e spesso non me le racconteranno, perché per loro saranno frammenti di vita quotidiana non degni di nota, mentre per me resteranno sempre piccoli spettacoli. E ben vengano il lasciarli andare, la socializzazione, la sperimentazione, l’autonomia; però mi mancheranno.

Sarò serena all’idea che staranno bene, che io potrò lavorare senza negar loro la mia compagnia quando mi chiedono di giocare, che non dovrò costringerli a ore di fila alla posta o al supermercato o dal medico, che potrò sbrigare le faccende noiose mentre loro sono a scuola.

Ma mi mancheranno.

Sarò felice di avere qualche ora da dedicare a me stessa, per praticare yoga o anche solo per guardare un film (Il trono di spade!!! Devo recuperare diecimila puntate de Il trono di spade!!!) mentre stiro, per prendere un caffè con un adulto parlando di cose da adulti mentre ci guardiamo negli occhi; ma mi mancheranno.inizio-scuola

Non sento l’esigenza di “liberarmi” dei miei figli. Sento piuttosto che entrambi sono giunti al livello di saturazione della reciproca presenza, come mi accorgo ogni volta che li divido per un po’ e si abbracciano di slancio quando si rivedono; così come hanno bisogno di frequentare dei loro coetanei, come mi confermano i giochi sfrenati che intavolano con i figli di amici. L’estate è come la gravidanza: è bella finché dura, dopodiché il troppo stroppia.

So che la mia presenza, per loro, è fondamentale almeno quanto la mia assenza.

Per cui li accompagnerò cercando di trasmettere tutto l’entusiasmo che li sospinga dolcemente verso questa avventura personale, senza far pesar loro che mi mancheranno. Questo non vuol dire che lo nasconderò, che pure mi sembrerebbe ipocrita. Significa solo far passare il messaggio che possiamo amarci a distanza, che è bello separarsi per ritrovarsi, che è bello mettersi alla prova, avere luoghi privati, prendere iniziative senza la supervisione o l’approvazione reciproca. Significa fare le prove generali per stare al mondo, in un microcosmo che sia una camera di decompressione tra il nucleo familiare e la società. Significa che possono sentire la mia mancanza, come io sentirò la loro, e tenerla nel cuore mentre giocano e imparano per poi manifestarmela quando ci rivedremo.

Sarà bello vedere quello zainetto allontanarsi nel corridoio. Ma sarà ancora più bello vedere che mi correranno incontro, quando tornerò a prenderli, ammirandone i contorni distinti, che imparerò a ri-conoscere giorno dopo giorno.

 

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