Ansia e Gretel

Il pan di spagna è sinonimo di semplicità e genuinità. Il pan di spagna porta con sé l’immagine dolcemente vintage di tua nonna che impasta in 10 minuti una merenda saporita e prepara la crema mentre il dolce lievita in forno, diffondendo in casa un odore incomparabile. A volte lei ti lascia salire sulla sedia a rimestare nel pentolino – piano, lentamente, sempre nello stesso verso, vedi? – mentre la sua mano callosa guida la tua affinché non ti scotti.

Il pan di spagna è semplicità, giusto?
SBAGLIATO!

Provate a googlare “pds dosi” e troverete 729 versioni, di cui la più quotata (30 gr di zucchero e 30 di farina per ogni uovo, regola aurea della nonnina) diventa variante delle più fantasiose versioni in base a:
– forma e/o grandezza della teglia
– intolleranze
– regime alimentare
– livello di appetito dei commensali
– congiunzioni dei pianeti
– segno zodiacale
– diploma o laurea
– numero reale di follower del blog che stai consultando o in alternativa
– numero di partecipanti alla discussione sul forum e in questo caso
– grado di anzianità di chi scrive.

La strega dei fratelli Grimm ha dovuto diventare imprenditrice edile perché la casetta di marzapane non attirava più nessuno.

Adesso gestisce una serie di villette a schiera: una ricoperta di pasta di zucchero, una vegana, una solo frutta fresca biologica certificata, una no ogm, una senza olio di palma, una senza uova, una per celiaci, una di farina di riso per i bimbi che tengono alla linea (anche se quelli li congela per il cane a tre teste).
Ho avuto la pessima idea di curiosare su internet perché ero indecisa su quante uova usare per una teglia rettangolare e ho cominciato a sudare per l’ansia da prestazione. Ero la tipa sciolta che montava le uova con lo zucchero, aggiungeva farina, lievito, un pizzico di sale e OPLÁ in forno; ora scopro che a causa mia Montersino potrebbe essere operato da un chirurgo maxillofacciale dopo che la mia superficiale, grossolana approssimazione gli ha fatto cascare la mascella.

Ma come? Su CakeDesign italia c’è scritto che le uova si montano quin-di-ci mi-nu-ti, non uno di meno! Non lo sapevo?
E così rompo i gusci (a temperatura ambiente!!!!) per domarli con la frusta (dello sbattitore elettrico, s’intende)
8:00. 8:05. 8:07 mi sembrano spumose ma NO! 15 mi-nu-ti. Ma il bimbo mi chiam… NO. Ma il citof… NO. Ma mi fa male il brac… NO. Devo fare pipì… NO. Il tunnel carpaNOOOOOO.

In effetti l’impasto si gonfia.

Raddoppia.

Si gonfia assai.

Triplica.

La forumina di cookaround, despota virtuale sulla mia spalla, annuisce soddisfatta mentre io mi rilasso, giusto un minuto prima che il tutto straripi dalla scodella. L’invasione di gelatina di Ben e Holly era meno catastrofica.
Salvo il salvabile in extremis eppure già medito di allestire in cucina una mostra di arte contemporanea, per far ammirare lo stile naive con cui ho affrescato il muro sollevando le fruste ancora in funzione. Grissom saprebbe evincere la traiettoria della mia imprecazione solo studiando l’andamento della parabola delle gocce gialle che decorano la parete, mi dico mentre incorporo a mano la farina e il liev…
COOOOSAAAAA??? LIEVITO?!?! Il pandispagnaclassico non prevede il LIEVITO, triviale mistura di amidi e aromi. Il pandispagnaclassico cresce grazie al tuo immenso ammmmore e pazienza e lentezza. Un po’ come i bambini, insomma. Potremmo introdurlo come tecnica di meditazione, la mindfulness kitchen meditation: incorpora farina e rimesta dal basso verso l’alto. Sbadiglia, rimesta, incorpora, rimesta, sbadiglia di nuovo, rimesta fino a esaurimento tuo o dei bambini attaccati alle gambe.
Posso infornare ora?

No, devo controllare la temperatura. E versare l’impasto partendo dai bordi e procedendo verso il centro, possibilmente disegnando un mandala tibetano. Non livellare con la spatola! Non sbattere la teglia per appianare il composto! Hai imburrato? Hai rinforzato i bordi con la carta forno per sollevarli?
E dire che volevo solo fare una torta di compleanno. Il dolce adesso deve fare bella figura, degno di esser pubblicato sui social, non fatto per sostenere le candeline e cogliere con una fotografia l’attimo in cui i bambini infilano il dito nella panna. Ma non mi faccio abbindolare dalle decorazioni estreme: per me quel dito furtivo è una tradizione almeno quanto tantiauguriateeeee.
Adesso comprendo perché si chiama pan di zen-zero: ci vogliono calma e serenità interiore per contrastare la sindrome da perfezione, che ti fa lievitare l’ansia meglio del cremor tartaro.

Pan-di-spagna

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3 pensieri su “Ansia e Gretel

  1. Il pan di Spagna mi riusciva perfetto e senza sforzi con una ricetta presa da un libro che aveva mia mamma, un’uscita periodica da edicola rilegata a spirale. Un giorno volevo provare a farlo, cerco in internet e… oh… ma devo saccheggiare un pollaio industriale per trovare tutte quelle uova!!!!

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