Aspettando il dottor…

Nelle ultime settimane ho frequentato ospedali. Mai per me personalmente, ma per persone che sono pezzi di cuore, figure fondamentali del mio passato che non potrei trascurare nemmeno volendo. E non voglio.

Negli ospedali c’è tanto da fare e tanto da attendere. L’attesa può essere estenuante, ma anche interessante se non sei in una situazione critica. In quei casi puoi leggere, fumare, fare le parole crociate, chiacchierare, pregare, meditare, sferruzzare, scrivere, o osservare l’umanità nella sua forma più viscerale.

Un pensiero, in particolare, mi si è insinuato prepotentemente in testa negli ultimi due giorni: l’accudimento è innato e non è detto che sia prerogativa femminile. Ho visto infermieri, molto dolci e rassicuranti, arginare situazioni in cui la familiare di un paziente era stata rude o sgarbata. Così come ho visto estranei prendersi cura di ammalati con una grazia che era stata negata loro dagli stessi figli o consorti.

C’è una bolla che avviluppa gli ospedali, piena di densa emozione vischiosa che ti serra la gola e ti annega i pensieri, che ti connette agli altri con una solido doppio filo.

Essendo cresciuta a libri e ER, i medical drama hanno rappresentato una fetta abbondante del mio repertorio televisivo e hanno contribuito, assieme ai romanzi, a costruire l’impalcatura con la quale ho potuto sperimentare indirettamente molte immedesimazioni. Incidenti, malattie, separazioni, speranze che potevo vivere con la consolazione della mia vaschetta di gelato ma che mi hanno permesso di domandarmi “e io che farei?”. Eppure la realtà ti aggredisce in maniera inaspettata, anche nelle tue stesse reazioni.

Mi ha sempre affascinato la capacità di adattamento. La velocità con cui ci si adegua a una situazione, con cui ci si orienta in un posto che si è costretti a frequentare.
Gli ospedali, in particolare, che solitamente sono un dedalo di corridoi, padiglioni, reparti, porte chiuse e orari a cui attenersi: nel giro di poche ore sai già districartici. Cominci a riconoscere i visi, a distinguere chi è più indulgente, chi più rigido, chi più professionale, chi più umano, chi più intuitivo, chi empatico, chi rude ma capace, chi sbrigativo, chi sgarbato, chi dolce ma insicuro… Sai quale inserviente chiude un occhio se ti pesca fuori orario di visita, a quale puoi chiedere una cortesia e quale ti passa davanti senza vederti.
Gli infermieri sono gli ingranaggi. Lo avevo già capito ai tempi di ER, mi è risultato più chiaro con Scrubs ma poi, nella vita reale, ho constatato la vera portata del loro prezioso lavoro. Sono l’anello di congiunzione tra noi, piccoli troll impazziti e ignari, e l’Olimpo dei dottori, che tutto sanno e tutto possono, che meritano una speciale menzione nei titoli di coda.IMG_20170901_154453

Ci sono le volte che ti viene da masticare la cartella clinica in preda alla più cieca rabbia o frustrazione, certo. Quando ti rimbalzano da uno specialista all’altro. Quando uno ti dice una cosa e al cambio turno non è più vera. Quando ti parlano con sufficienza e invece hai ragione tu. Quando ti fanno aspettare per ore per una semplicissima visita di pochi minuti. O, nello specifico, quando sei al padiglione M e devi raggiungere il padiglione N: ti aspetti di trovarlo lì fuori, la logica ti suggerirebbe così ma sei un illuso. Tra il padiglione M e il padiglione N ci saranno quello E, W e possibilmente il Ybis. Sei davanti alla cartina del complesso ospedaliero e sudi 4 camicie quando vedi passare uno che ti sembra procedere con abbastanza sicurezza da sapere dove sta andando, per cui chiedi informazioni. E lui ti dirà di svoltare a destra, tirare dritto oltre il palazzo giallo, poi a sinistra, poi di nuovo a sinistra e se lo trova di fronte, signora, non può sbagliare.

E, sistematicamente, ti trovi di fonte al bar.

Perché una cosa è certa, qui al sud: persino in ospedale, tutte le strade portano al bar. Se chiedi al barista di sicuro lo sa, che strada farti fare, e sa pure come consolarti se ti vede mogio, calmarti se sei incazzato e tirarti su se ti vede stanco. E vende pure la settimana enigmistica.

Che ospedale sarebbe, senza il barista?

 

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2 pensieri su “Aspettando il dottor…

  1. Per una strana coincidenza, proprio ieri sono andata in ospedale per fare delle analisi e dovevo trovare proprio il padiglione N. Sembrava facile arrivarci, c’erano le indicazioni, e invece ci siamo ritrovate, io e mia sorella, nel padiglione M, e anche lì, beh sarà facile, sarà quello accanto, e invece no, ci ritrovavamo in continuazione al padiglione M! Sembrava un incubo!

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