Il guadagno del tempo perduto

Come dicevo ieri in commento a un post di Anche le briciole, sebbene con i miei figli io ci stia bene, mi diverta e adori giocare insieme, non nascondo che i bambini facciano perdere tempo. Assai tempo. Per cui una semplice spesa si può trasformare in una gita fuori porta.
Stamattina, per esempio, siamo andati al supermercato (sì, sì, lo so! Era domenica! Sono una schiavista! Avallo lo sfruttamento dei poveri lavoratori proprio io che ci sono passata, esattamente in quello stesso centro commerciale, a sgobbare fino a mezzanotte e nei giorni festivi! Schiavista e ipocrita. Ebbene, non sono né l’una nell’altra, ma rincoglionita sì perché mica mi ero resa conto che oggi è domenica…) al supermercato, dicevo, e già per scendere da casa ci metti il triplo che a uscire da sola. Ma sempre meno del tempo che impiega una donna a truccarsi. Poi scegli il carrello, metto io la monetina no io no io no io e intanto il sole ti deturpa il raziocinio. Decise le postazioni nel carrello comincia il percorso a ostacoli, perché andare in un supermercato con un bambino è come giocare a campo minato: ti devi ricordare dove sono le bombe. Se vedi una mamma che dalla corsia dei detersivi a quella dello yogurt circumnavigava l’area cancelleria, quando sarebbe più rapido passare per il corridoio centrale, non prenderti gioco di lei: sta evitando il reparto giocattoli.

Solitamente coinvolgo i bambini facendomi aiutare a scegliere i prodotti in lista (lista che si può fare a casa, insieme, magari facendola scrivere proprio a loro o disegnare se ancora non sanno farlo) e, tra una canzone e una corsa a zig zag ne usciamo abbastanza incolumi.

Ma c’è stata la volta che erano stufi, che hanno intercettato l’ovetto e hanno piazzato una scenata alla Maria Callas, che avevano semplicemente voglia di correre, o che si sono addormentati nel carrello e sempre caro mi fu quell’ergobaby grazie al quale ho proseguito le compere mentre uno di loro russava beatamente sulla mia schiena.
Però è vero che se vai di corsa e un figlio vuole imbustare la frutta, o pesarla, o scegliere la scatola di cereali che ha quel quid che tu, adulto pragmatico, ignori, allora la spesa con un bambino al seguito diventa estenuante, lunga, una spedizione. Credo che il punto sia sempre il nostro stato d’animo, quello con cui ci imbarchiamo nell’impresa. Oggi avevo dimenticato che è domenica perché siamo in ferie e potevo perdere tutto il tempo che volevano. Non avevo la grande che usciva da scuola, il pranzo da preparare, la lezione da cominciare, la pioggia da battere sul tempo. Ci siamo trattenuti tra i grembiuli e le marmellate, abbiamo bighellonato tra i quaderni e gli yogurt, e alla fine abbiamo fatto tappa pure al Disney Store dove abbiamo dato spettacolo intonando la canzone di Oceania in un collaudato terzetto.vaiana-maui-peluche

Perché il tempo che si impiega è tempo perso solo se lo vivi male. Una spesa di tre ore per comprare poche cose, se puoi ridere, è tutto tempo guadagnato.

(Poi tanto, alla cassa, ci sono le caramelle e lì sei fottuta…)

Il profumo dello scrub al limone.

Come anticipavo in questo post , nonostante la cura (estetica) del corpo abbia una priorità medio-bassa nella mia scala di valori, ogni tanto mi piace coccolarmi anche solo per prendermi una mezz’ora di pausa. Data la rarità di questi momenti, non acquisto prodotti che farei irrancidire e/o scadere in un armadietto dopo una sporadica applicazione, per cui mi piace curiosare in rete in cerca di ricette da moderna fattucchiera di unguenti dai miracolosi risultati.

Questa volta è toccato a uno scrub per il viso a base di miele, zucchero di canna, olio e limone.

La ricetta completa (assieme a molte altre) la trovate a questo link: la scelta di fare quello detox piuttosto che quello nutriente è stata precisa e mirata alle mie specifiche esigenze, ossia mi sono ridotta a quello che avevo in casa; ma se voi siete persone serie potete premunirvi degli ingredienti necessari alla maschera che si adatta ai vostri gusti. Nello specifico io mi sono attenuta a queste dosi:

Zucchero di canna BIO: 6 cucchiai;
Miele (arancio) BIO: 1 cucchiaio;
Olio d’oliva extravergine Bio: 1 cucchiaio;
Succo di limone Bio: quanto basta.

ossia quelle indicate nell’articolo, ottenendo una miscela dal profumo a dir poco inebriante.

Lo zucchero di canna integrale possiede una fragranza che ti trasporta per direttissima in uno screensaver di windows 10, ovvero in uno di questi posti esotici che il pc ti propina in modalità random al solo scopo di farti pensare “wow, che meraviglia, e io qui a farmi gli occhi quadrati per lavorare davanti allo schermo, quasi quasi mollo tutto e spendo i miei risparmi per andare a vedere il mondo”, per poi renderti conto che soldi non ne hai e allora niente, ti fa un altro caffè. Lo scopo dello zucchero nello scrub è quello di scrubbare, ossia eliminare le cellule morte e massaggiare delicatamente l’epidermide per stimolare il microcircolo. Il tutto con la certezza che non ti stai sfregando sulla pelle sostanze chimiche di dubbia provenienza e non rilascerai nell’ambiente microplastiche, che andavano tanto di moda fino a poco tempo fa ma si sono rivelate i calcoli nei reni del pianeta.

Il miele è il nettare degli dei, si sa: possiede tante di quelle proprietà emollienti, nutrienti, cicatrizzanti, rigeneranti che solo ad elencarle ho finito lo spazio nel post per cui mettetecelo e fidatevi. Fa un gran bene ed è profumato, idrata la pelle e ve la lascia liscia come un’albicocca.

L’olio è l’idratante per eccellenza. Se avete in casa quello d’oliva non sentitevi una foglia di lattuga e usatelo senza paura: contiene vitamine molto utili alla pelle. Se preferite quello di mandorle o altro olio cosmetico vegetale che già possedete credo vada bene uguale: serve ad emulsionare il composto ma nutre pure la pelle.

Il limone dona quel tocco finale all’aroma idilliaco: astringente, schiarente, antiossidante e se conservate la buccia ci fate pure la crema pasticcera.

(Per la versione vegana, ovviamente basta omettere il miele: io avevo fisso in cabina doccia un barattolo ben chiuso con sale grosso integrale e zucchero integrale e olio di mandorle – in parti uguali – e qualche goccia di olio essenziale a piacere. Avevo messo quello di lavanda per le proprietà antisettiche e per il profumo, ma va bene anche rosmarino per dire. Applicato una volta alla settimana sulla pelle bagnata è un toccasana. Ammesso che tu abbia tempo e non ti ritrovi un figlio a caso che ti bussa sul box doccia a mo’ di odierno Psycho che ti fa passare ogni voglia di scrub.)

Fatta la mia brava mistura nella tazza di Homer Simpson, l’ho applicata sulla pelle di viso e collo. Un altro dei motivi – oltre a quelli prettamente ecologici – per cui preferisco prodotti fatti con ingredienti alimentari è che se mi fanno in bocca sto serena. Non so voi, ma io tendo a fare una costellazione di punti neri sul labbro superiore. Uno scrub del genere lo puoi applicare senza far troppo la minuziosa e se pure va sulle labbra… te lo lecchi. In più, quando i tuoi figli ti sbaciucchieranno subito dopo, per farti apprezzare quanto sei liscia e profumata, stai tranquilla che non stanno venendo in contatto con alcuna sostanza che i giornali proclameranno tossica tra un mese per dimenticarcene tra due.

Siccome ne ho apprezzato i risultati e me ne avanzava, l’ho usata pure per le gambe che mi accingevo a depilare.

NB Ho le gambe davvero corte. Sulla carta d’identità c’è scritto che sono alta 160 cm ma ho mentito spudoratamente. Se sei più di un metroecinquantacinque, magari un cucchiaio in più di zucchero metticelo e crepi l’avarizia…

In conclusione, posso dire di essere molto soddisfatta: per l’effetto rigenerante ed esfoliante, per lo scarsissimo impatto ambientale, per la resa di prodotto finale a costo minimo e, da non sottovalutare viste le premesse, per il relax indotto dall’esperienza olfattiva.

E voi? Siete pronti a glassarvi come biscottini fatti in casa?

In principio scegli bene le mutande.

Quando sei costretto ad affrontare periodi di stress, è importare partire con grinta e determinazione. La fiducia in sé stessi e un buon lavoro di squadra, quando puoi contare su un’azione congiunta, fanno di ogni ostacolo un piccolo contrattempo il cui superamento non farà che migliorare la modalità di prosecuzione. Il tutto condito con una dose di ottimismo e di ironia che facciano risplendere i sorrisi e alleggerire la giornata.

Ma nulla, nulla di tutto questo funzionerà se porti una mutanda scomoda.

L’abbigliamento che ti fa sentire a tuo agio e che ti agevoli i movimenti (o le stasi) a cui costringi il tuo corpo nei momenti di stress è di importanza fondamentale. Una minigonna, quando hai da chinarti continuamente in avanti per aiutare qualcuno a sistemarsi o sollevarsi nel letto d’ospedale, ti sarà solo d’intralcio. Come i tacchi se devi trasporatare un peso su e giù per le scale. Devi avere fortuna, quando la sfiga ti prende di mira, o essere talmemte sciatta (vedi soggetto scrivente) che il massimo dell’eleganza per te rappresenta una tuta coordinata e allora poco importa se capita all’improvviso un’invasione di cavallette o essere catapultata sull’isola di Lost: sarai sempre vestita comoda.
Ma la mutanda, ragazzi. La mutanda con l’elastico lento, che percepisci precipitare verso la caviglia ad ogni passo? Oppure quella – forse peggio – stretta, che senti ti taglia la pelle e quando poi ti presentano il conto e pensi “per avere tutti questi soldi dovrei vendere un rene” in realtà ti basta girarti e chinarti leggermente, che lo slip ha già fatto un taglio chirurgico ad hoc. Quelle che per toglierle devi prima tendere le molle verso l’esterno pur di estrarle dalle carni martoriate, fare pipì e poi tirarle su mormorando il mantra “fa’ che risalga, fa’ che risalga”. Quando sei sudato, poi, ti si arrotolano sulla coscia peggio della pellicola domopak e mentre cerchi di districarle pensi alla gente che aspetta fuori al bagno, in fila, e allora sudi ancora di più e se pensi che il sudore le faccia scivolare meglio oh, ti sbagli di grosso. Oh, come ti sbagli.

Ma quella che più odio in assoluto non è la mutanda lasca, né la mutanda stretta; la vera nemica dell’equilibrio psicofisico di un individuo è la mutanda che ti si ficca tra le chiappe.

Quel mezzo metro di stoffa che si insinua diabolico diventerà il tarlo che mina la concentrazione, il pensiero fisso mentre sei seduto di fronte al tuo capo, il fine ultimo del tuo presente: devo trovare un luogo appartato per toglierla da lì. Il tuo interlocutore parla ma il tuo sguardo vitreo piantato sul suo volto guarda oltre: sta visualizzando il momento in cui sarai solo in ufficio, o potrai raggiungere un bagno per poter finalmente, con lo stesso sollievo con cui ti togli le scarpe la sera, pizzicare quel lembo di stoffa che ti tortura e far finalmente riunire le tue natiche.
Perché poche altre cose sanno essere così fastidiose, irritanti, moleste e scomode della mutanda fra le chiappe.
A parte, ovviamente, il calzino bucato sull’alluce.

La (super)strada

Ti rimpiango, Tommy. Ricordo i nostri viaggi, le ore vagabonde in Francia, i chilometri macinati in Spagna… le risate, i cambi di programma improvvisi “guarda quel paesino lassù: cambiamo itinerario?” e tu eri sempre pronto ad assecondarmi, a cercare sulla mappa una strada alternativa per arrivare a destinazione.

Ricordo le tue insistenze, nonostante ti chiedessi se eri sicuro di sapere dove stavamo andando, le tue perentorie risposte con ferrea certezza. E infatti poi, quasi sempre, avevi ragione tu.

Stamattina ti pensavo. Ero in auto, spaesata, e lui chiuso in un ostinato mutismo. Mi sentivo abbandonata, avevo fatto tardi, non ero mai stata in quelle zone e quando mi sono resa conto che non avrei ricevuto aiuto mi è venuta voglia di fermarmi in una piazzola di sosta e fare una scenata. Ma siccome sono caparbia sono uscita dalla superstrada e ho proseguito a naso, seguendo i cartelli, orgogliosamente  indifferente  al suo cupo mutismo.

Tu, Tommy, non lo avresti fatto. Il nostro passato di viaggiatori avventurosi me lo garantisce. Ricordo quando sbagliammo a un bivio e ci trovammo in aperta campagna: ero decisa a tornare indietro quando tu hai suggerito, con la tua suadente voce, di proseguire, perché mi avresti portata fuori da quel pasticcio. Eri il mio faro, persino nei paesini mal segnalati sulla cartina, quando chiamavi strada provinciale quella che mio avviso era un sentiero sterrato. Però mi fidavo e la mia fiducia non è stata mal riposta.

Mi sono pentita di non aver portato te. Non mi segui nei miei viaggi ormai da un paio d’anni e mai come stamattina ti ho rimpianto. Eri sempre sul pezzo, sempre aggiornato, sempre carico. Tom Tom.

Non come questo cazzo di google maps che se arriva una telefonata si sprogramma e poi ti sperde per i meandri del monte Matese.

Lettera a una parrucchiera

Carissima, se stamane sono qui è perché ne ho impellenza e necessità.

Sai bene quanto io mi trovi a disagio a sottomettermi a questa pratica sociale; credo sia equivalente al disagio che provi tu quando esco dal tuo salone senza una meche, una spruzzatina di lacca, una messa in piega che mi ottenebra la visuale ma fa molto chic e guai a mettersi quel ciuffo dietro l’orecchio.

Ma mi rispetti, come io rispetto te ed è per questo che ti ho scelta dopo mille delusioni. Anche oggi, lo so, farai scorrere le mie ciocche brizzolate tra le tue dita sapienti e ti limiterai a stringere le labbra per poi provare un timido “nemmeno un riflessante? Va via in poche settimane ma almeno ti da un po’ di luce…” e io risponderò il solito no grazie perché sono convinta della mia scelta. Mi rendo conto che è più forte di te, che quei capelli bianchi per te sono come un ‘se potrei’ per me, che ogni doppia punta ti salta all’occhio quanto al mio spiccano le h mancanti. Tu guardi la mia testa e sopprimi un tic nervoso come faccio io quando leggo ‘scendimi la borsa che lo rimasta in cucina’: un’offesa alla vista e al cuore. Ma mi rispetti, anche se non ti ho mai spiegato perché non voglio tingermi i capelli. E lo apprezzo molto. È vero, sono spenti. Ma questo è un segnale che il mio corpo mi sta mandando per chiedermi di riposare, di bere di più, mangiar meglio.

Non voglio coprirlo, voglio capirlo.

Tingermi, come mettere le unghie finte, sarebbe nascondere la polvere sotto il tappeto. Per te significa che mi sto trascurando, mentre io penso che mi sto rispettando. Non temo i segni del tempo, osservo le mie rughe intorno alla bocca contandone i sorrisi e accarezzo quelle tra le sopracciglia confortandone i dispiaceri. Allo stesso modo, ogni nuovo capello bianco scandisce i giorni che passano e mi ricorda di apprezzarli tutti: negarli alla vista vorrebbe dire, per me, negare la realtà quando invece voglio conviverci.
Quindi grazie, amica Parrucchiera, per la tua accettazione incondizionata alla mia richiesta. Grazie perché so cosa vuol dire quando per lavoro insegui un ideale di bellezza che altri non apprezzano