La realizzazione del se (ti facessi una forchettata di cavoli tuoi?)

“Un figlio deve avere un modello di mamma realizzata, che è una donna e una moglie oltre che una madre” e ok, ci sta, il principio non lo discuto. Trovo sacrosanto continuare a esistere come individuo e pretendere dai miei figli il rispetto che porto per me stessa, instillando loro il postulato che l’amor proprio va di pari passo con l’amore per il prossimo, che la cura la si può offrire solo se si è in salute (fisica e mentale) in prima persona. La regola della mascherina in aereo, no? Indossare la propria per poter fornire aiuto a chi è impossibilitato, altrimenti si mette a repentaglio l’incolumità propria e altrui.

Ma a voi, che date aria alla bocca senza conoscere l’esistenza degli altri, chi caspiterina lo ha detto che la fantomatica REALIZZAZIONE PERSONALE la si possa ottenere solo grazie al lavoro retribuito? Cosa vi fa pensare che un mestiere sottopagato e mortificante possa “realizzare” una persona?

“Ah, no, devi accettare questa proposta perché devi dimostrare ai tuoi figli che guadagni dei soldi”; come se il valore di una persona passasse solo attraverso il filtro del denaro.
E i volontari, allora? Non sono figure da rispettare e ammirare? Pensate che il figlio di una casalinga che sferruzza cappellini di lana per i bambini prematuri, o cappotti per proteggere i pinguini australiani dal petrolio (progetti reali, si trovano sul web) non abbia a modello una madre di cui andare orgoglioso? Il figlio di una che fa il clown negli ospedali pediatrici, che trascorre il tempo a leggere favole ai bimbi che libri in casa non ne hanno, che risponde al telefono di qualche associazione che si occupa di migranti, che smista vestiti alla caritas, che cucina in una mensa dei poveri, che si impegna per una causa umanista, ambientalista, animalista, femminista… queste non sono donne realizzate?

Io credo che rifiutare un lavoro a nero, sottopagato e mortificante, sia un messaggio positivo da mandare a un figlio. Credo che a un figlio stia bene anche non avere la playstation e lo zaino firmato, se questo piccolo “sacrificio” (ma siamo sicuri che è un sacrificio?) vuol dire che la mamma fa il lavoro che le piace, qualche volta pagato poco, qualche volta a titolo di volontariato, qualche volta retribuito il giusto. Ma sempre con passione, con dignità, con il coraggio di portare avanti le proprie idee e la certezza di non star elemosinando niente.

Per cui, cari i miei “mamma realizzata”, cucitevi la bocca e osservate negli occhi la donna che avete di fronte. Potreste scoprire che guadagna molto meno di voi, ma le brilla lo sguardo di una felicità invidiabile.

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L’amico rimato

Se penso al passato rivedo quei volti

che il tempo ha distorto o i rancori han sepolti.

L’amico distratto, l’amico indolente,

che si dichiara sempre innocente:

non lo sapeva, non lo ha mai detto,

lui può giurartelo, mano sul petto!

Colui che per te sposterebbe montagne

dichiara il suo affetto sulle lavagne

col gesso in mano e nell’altra il cassino

pronto a pulirle al primo casino.

L’amico che mai ti abbandonerebbe

perché a te ci tiene, come potrebbe?

E poi gli dici “sai, sono depresso”

e ti lascia da solo a frignare nel cesso.

L’amico che vedi soltanto a natale

eppure l’incontro è così naturale

e quello che senti più o meno ogni giorno

ma poi, quando parti, non c’è al tuo ritorno.

L’amico che sa interpretare il tuo sguardo,

che non ti darebbe mai del bugiardo;

quello con cui ti fai una bevuta

e poi sguinzaglia la lingua biforcuta.

Mille persone, vengono e vanno,

sorrido loro e non le condanno:

chi vuol fermarsi a dividere il desco

riservi per altri gli sguardi in cagnesco.

Bianca come il latte, vitale come il sangue

Ieri è iniziata la SAM – Settimana dell’Allattamento Materno, e non potevo esimermi dallo scrivere un post per l’occasione. Perché l’allattamento ha fatto parte della mia vita per anni. No, non sono una di quelle che crede che il liquido prodotto dalle divine tette guarisca persino dalla lebbra, né che andava sbandierando che allattava i figli di 567275875365846 mesi.

Ho allattato perché credevo (e credo ancora) che fosse la scelta più salutare per me e per i miei figli, per il pianeta, per l’economia domestica e perché ne ho avuto l’occasione.

Non ho avuto impedimenti né fisici né psicologici, ma non mi sento una miracolata né tantomeno una paladina della Vera e Unica Via. Sono stata molto determinata, ma non per questo penso di avere più forza di volontà di chicchessia. Nutrire i miei figli al seno per me è stata una coerente conseguenza di tutto il mio modo di essere e di percepire il mondo. Innanzitutto mi premeva la questione salute, di cui si è parlato e straparlato. Ma ho considerato rilevante pure la questione RIFIUTI.

Nessuna confezione di latte, biberon, sterilizzatori, scovolini e tettarelle da smaltire. E vi assicuro che, per una che deve passare l’estate con l’ansia dei roghi tossici, l’idea di non produrre rifiuti può fare una bella differenza.

Per farla breve, non solo ho allattato mia figlia per 3 anni, ma ho scandalizzato parenti, amici e vicini allattando durante la gravidanza. Ovviamente l’ho fatto sotto stretto controllo dell’ostetrica del consultorio e della ginecologa che mi seguiva, ma c’è ancora gente che oggi, con mio figlio di 4 anni e mezzo presente, mi dice che non si può allattare in gravidanza perché è pe-ri-co-lo-sis-si-mo!!!!! Stiamo parlando di quelle persone che portano i bambini in auto senza sistemi di ritenuta, ma sono io quella che ho  messo a repentaglio la vita del mio bimbo in grembo per fare una cosa morbosa e inutile. Consiglio sempre a questi individui di andare dalla mia ginecologa e dirle che può buttare la laurea nel cesso, perché loro ne sanno di più.

Ah, poi mi dicono anche che l’allattamento prolungato ritarda l’autonomia del bambino. Vi posso assicurare che mio figlio porta lo stipendio a casa come tutti i bambini della sua età!!!

Ho molte amiche che, per scelta o per obbligo, non hanno nutrito al seno. Non le ho mai criticate. Con quelle con cui ho più confidenza, posso aver intavolato un dialogo sui motivi che le hanno spinte a rinunciato a quello che io – nell’ottica del mio equilibrio familiare, non universalmente parlando – ritengo un vantaggio sotto tutti i punti di vista, ma poi è finita lì, ognuna con le proprie idee e amiche come prima. Non ho mai compreso né condiviso questo accusarsi e giudicarsi tra “noi” e “loro”, come se un capezzolo possa renderci nemiche. Parlare di allattamento porta sempre a guerre combattute a forza di sensi di colpa e autoreferenzialità, quando si potrebbe affrontare il discorso con un sereno e aperto confronto.

Tutte le volte che ho tentato di affrontare l’argomento, mi sono sentita rivolgere delle offese da far cascare le braccia. Ho smesso di allattare da circa un anno, dopo averlo fatto in maniera continuativa per sei anni e mezzo. Ho raggiunto una sorta di intangibilità alle critiche, col passare del tempo. L’unica cosa che mi aspetto adesso, è che mi caschino le tette.

(PS l’allattamento previene il tumore al seno e all’utero, se non vi fidate delle tettalebane potete leggere gli articoli in link)

Se un mattino d’estate un viaggiatore

Ovvero: come fare buona impressione al primo incontro con un’amica conosciuta online.

1) assicurati di farti venire il ciclo prima del viaggio: il gonfiore diffuso di addome e arti conferisce sempre un non-so-che di eleganza

2) preparati dei vestiti in puro cotone 100% che sgualciscano facilmente, così da indossare, la mattina dopo la traversata marittima, degli abiti stropicciati come se fossero presi direttamente dalle pezze americane del mercato rionale

3) fai in modo che i tuoi figli non si addormentino prima delle 23:30, in modo da far assumere al tuo viso quella tonalità grigiastra dello stress

4) accompagna i tuoi bimbi sul ponte della nave per dimostrare che è notte davvero, non te lo stai inventando solo per metterli a letto: il vento tra i capelli saprà donarti un’acconciatura stile rasta. Soprattutto considerando che hai dimenticato il pettine

5) perché dormire serenamente? Controlla che i bambini non cadano dalle cuccette ogni mezz’ora: le occhiaie si abbinano perfettamente alla carnagione gialla da mal di mare

A presto, per la rubrica “i consigli di bellezza e bon ton di mammariccio”

Flemma

La valigia sul letto
è quella di un lungo viaggio
Già la fisso da un’ora e mi manca il coraggio
Prima solo un bel libro, ciabatte e bikini
Ora ci vuole un trolley solo per i bambini.
Organizzo le cose già da settimane
Le maglie nascoste le ho prese stamane
ma quello che vedo è che le hanno scovate
Se le sono messe e le hanno sporcate

Quanto mi prende male (qua finisco a Natale)
Quanto mi prende male (qua finisco a Natale)
Che tra teli e lenzuola
Una valigia da sola non può bastare.

E così, su due piedi, comprimo i vestiti
Ma mi accorgo lo sai dei costumi spariti
I bambini li han presi per provarseli un po’
E adesso da capo la valigia farò

Quanto mi prende male (qua finisco a Natale)
Quanto mi prende male (qua finisco a Natale)
Poi mi voglio vedere
a schiacciar la valigia con il sedere
(Il momento è cruciale) però un dubbio mi assale
(La paura ancestrale) che qualcuno stia male
Dentro quella valigia la Tachipirina non può mancare

Metto a posto ogni cosa e mi riposo un po’
Elenchi ne ho fatti, li controllerò
Se qualcosa è sfuggito lo scoprirò al mare
Col prezzo gonfiato mi farò fregare
Quanto mi prende male (qua finisco a Natale)
Quando il dubbio mi assale (la paura ancestrale)
Non ti sembra un po’ caro
il prezzo che adesso io sto per pagare

Dodici canzoni e un segreto

(Propoli)
Avevo 16 anni e un ragazzo della III D bussò alla porta della mia classe per chiedere se potevo uscire. Facevo parte della redazione del giornalino d’istituto, quindi cose del genere capitavano spesso e la professoressa acconsentì facilmente. Appena fuori lui mi mise in testa un paio di cuffie e se vi state immaginando questa scena non siete molto lontani dalla realtà, con un piccolo particolare: niente Richard Sanderson per me.

Dal walkman arrivava sparata la voce di Eddie Vedder, la canzone era “Alive”.

(Miele)
Mi preparavo per gli esami di stato. Era un periodo di forte stress così, per venirmi incontro, mia madre decise di rifare i pavimenti in tutta la casa, costringendomi a studiare sul balcone con diecimila gradi centigradi. Fortuna che avevo un messaggiatore instancabile (non è un refuso: nessuno mi faceva massaggi, ma c’era un tale che mi mandava decine di SMS al giorno e, considerando che all’epoca ancora si pagavano, capirete l’enorme dimostrazione d’affetto che ciò comportasse) e lo stereo. Cominciavo ogni sessione di studio con “Daughter” e finivo con “Immortality”; ancora oggi basta sentire uno dei due intro per rievocare l’odore di libri, evidenziatore e polvere di ematite.

(Zenzero)
Le serate in casa studenti, all’università: le prime sigarette, le chiacchierate infinite, le Peroni e le patatine alla paprika, lo stereo che non smetteva mai di girare. I primi amori, le emozioni, la libertà, le delusioni, i bastardi che ci prendevano per i fondelli ma che eravamo convinte di amare…

She lies and says she’s in love with him, can’t find a better man…
She dreams in color, she dreams in red, can’t find a better man…
She lies and says she still loves him, can’t find a better man…

(Malva)
…poi finalmente un amore, uno grosso, roba che scotta, roba che ti stropiccia il cuore. Che poi finisce.
Che a vent’anni, diciamocelo, è una tragedia e vedi tutto nero.
Nero.
“Black”.

(Altea)
E poi ti laurei, parti, viaggi, sogni, hai la vita davanti, sei in autobus per le strade d’Irlanda e ti sembra di essere immortale e invincibile, ti sembra di essere un tutt’uno col mondo intero. Non desideri altro, tutto è a portata di mano. “Wishlist”.
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(Erisimo)
E poi cresci e il mondo non è così roseo, corri e non arrivi da nessuna parte, parli e il vento si porta via i tuoi pensieri inascoltati, ti senti sola anche in mezzo alla folla, lavori e non ti vedono, sei stanca e ti viene negata una sedia. Ti senti una foglia sballottata dalla brezza autunnale. “Insignificance”.

(Karkadè)
Ridimensioni il tutto: le aspettative, le persone che ti circondano ma soprattutto ridimensioni te stessa e il tuo ego. Prendi possesso del tuo corpo e del suo valore, del tuo intelletto e del suo peso, del potere delle tue lacrime ma soprattutto della potenza della tua risata. Prendi possesso di te stessa.
“I am mine”.

(Salvia)
E arriva infine il giorno in cui canti a voce bassa e le lacrime scendono tuo malgrado ma continui a cantare perché è un tale balsamo che ti addolcisce il cuore ad ogni sillaba. “Just Breathe”

(Issopo)
Poi la musica cambia in casa, senti più le hit dello zecchino d’oro che grunge ma in macchina puoi ancora inserire il cd nella feritoia, alzare il volume e inspirare a fondo sul primo accordo di “Jeremy”. O di “Sirens”, se vuoi fare la tipa posata nel traffico.

Insomma, Ed, io alla tua salute ci tengo, non sai quanto. Ti ho suggerito una decina di rimedi naturali per farti passare la disfonia, la laringite, la faringite o qualsiasi cosa stia minando la tua preziosissima voce.
E se non bastassero, ci sono sempre le pratiche esoteriche della signora ‘Ngiulenella che tolgono il malocchio. Garantito.
Insomma, Eddie: non hai scuse. Vedi di farti passare questa afonia perché qua c’è gente che fa il conto alla rovescia da Natale ed era arrivata vicinissima alla meta. Mi dicono che a Milano eri sofferente. Ma io ti aspetto da 20 anni, capisci?

20 anni. 20 anni di inossidabile amore e ancora quando ascolto “Footsteps” ho i brividi lungo la schiena.

Vengo al concerto e giuro che sul palco non ti lancerò il reggiseno, anche perché non ho più l’età. Ti lancio le benagol, ok?

Ma non mi deludere, ti scongiuro.

Chimera di maggio

Quando si comincia (o riprende) a fare sport, i risultati sono immediati per certi versi.

L’acido lattico, per esempio, è immediato.

Se il giorno dopo ti alzi giulivo dal letto vuol dire che in palestra fingevi di fare SQUAT, ma in realtà ancheggiavi al ritmo del ballo del qua-qua. Non c’è alternativa. Il rassodamento muscolare è sofferenza: finché non passi dallo stadio mozzarella allo stadio galbanino sei inevitabilmente destinato a guaire mentre ti alleni e guaire ad ogni movimento dopo 24 ore. Ma è una sofferenza temporanea, tranquilli: in una manciata di ore avrai di nuovo l’illusione di poter sollevare gli arti e piegarti in avanti senza emettere lamenti osceni dal fondo della gola. Una manciata di ore: quella che ti separa dal prossimo allenamento.

Eh, ma s’ha da fare. Non tanto per la prova costume, anche perché se ti iscrivi in palestra a maggio il massimo a cui puoi auspicare è essere vagamente in forma per settembre, ma quello dell’anno successivo; più che altro è perché ti rendi conto che il varco degli ‘anta si avvicina precipitosamente e hai lo spauracchio del quello-che-prendi-ora-non-lo-elimini-più dietro l’angolo.

Insomma, è giunto il momento di darsi un tono. Muscolare, quantomeno.

Ogni volta che ti sale l’affanno quando giochi ad acchiapparello con i bambini.

Ogni volta che fai una rampa di scale con le buste della spesa, la borsa a tracolla, la posta in bocca, le chiavi di casa in mano, un pargolo penzolante ad ogni polso e ti rendi conto che non ce la fai più come un tempo.

Ogni volta che ti infili un pantalone e non si abbottona e pensi che sia più verosimile mettersi a dieta che andare a fare shopping con un’amica – o alla peggio anche sola – e non ridurti a comprare 4 paia di pantaloni, 2 gonne, un paio di scarpe, una felpa delle Superchicche e una di Gattoboy, rendendoti conto alla cassa che oltre la taglia 7 anni non hai comprato nulla.
A parte i guanti per lavare i piatti.

Ogni volta che esci in bicicletta e vai bene solo in piano, ma già al primo dosso i quadricipiti chiamano il sindacato dei muscoli atrofizzati per dichiarare sciopero bianco, per cui hai la sensazione di procedere ma in realtà stai scivolando all’indietro.

Ogni volta che il tuo partner vorrebbe darti un giocoso e sensuale pizzicotto sul gluteo e fa fatica a capire dove finisce la chiappa e dove comincia la coscia.

Ecco, tutte queste volte ti fanno capire che forse è giunta l’ora di iscriverti in palestra. Per amore di te stessa e della tua capacità polmonare.

Per cui ti metti una t-shirt sformata, un pantalone comodo e ti avvii al corso di pilates.

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Che vuoi che sarà, per te, che hai sempre fatto qualcosa? Aerobica, piscina, tai-chi, kundalini yoga, camminata veloce, bicicletta, danza classica e pure qualche mese di arti marziali? In gravidanza ci mancava poco che facessi la spaccata, cosa vuoi che sia cambiato in quattro anni?

TUTTO

È cambiato TUTTO!

Innanzitutto gli addominali non ce li hai più. Non è che fossi Shakira a 20 anni ma un minimo, che diamine… quei bei fasci compatti e sodi, di cui in gravidanza hai lodato la versatilità – è incredibile come possa ingrandirsi la pancia tanto a farci stare dentro un bambino, eh? – ora ti hanno confermato che le doti di elasticità che avevi immaginato non sono altro che effetto pasta di pizza: si allunga, si allunga, si allunga, ma poi hai solo da ripiegarla su sé stessa perché se ti illudi che tornino al posto di prima MUAAAHAHHAHAHAHHAHAHAHAHAHAHAH
S
tolta.

I glutei sodi che ti avevano portato in capo al mondo, macinando chilometri zaino in spalla, ancora rispondono, non foss’altro per tutti gli oggetti che hai dovuto sollevare con i piedi mentre ti aggiravi per casa come su un percorso a ostacoli, col pupo addormentato o che poppava in braccio, o facendo innumerevoli volte il corridoio per farlo addormentare. Stesso dicasi per le braccia, toniche compagne di mille avventure.

Ma il collo, ragazzi. Il collo ti scrocchia ad ogni rotazione. L’istruttrice metterà anche la musica ma quel tatatatatrac cadenzato che accompagna il riscaldamento è insopprimibile.

Però devo ammettere che fa bene, prendersi quel tempo per sé, per il proprio benessere, per la cura del proprio corpo.

E non è vero che i risultati non si vedono subito.

Io, per esempio, l’altra mattina mi sono svegliata con la pancia piatta e tonica. Ma solo perché, se provavo a rilassarla, mi faceva veramente troppo male…

(si ringrazia l’amica Finfury per il permesso di usare la sua vignetta)